Memorie tonaresi in pratza manna

venerdì 16 ottobre 2026

Una settimana nella regione Marche (Giovanni Mura)

 

Una settimana nella regione Marche

 Premessa

L’Associazione culturale 50 & Più di Oristano ha organizzato per l’ultima settimana di settembre del corrente anno 2026 un interessante viaggio in terra marchigiana.

Per poter definire al meglio gli itinerari previsti dal programma si è provveduto per tempo ad invitare i partecipanti ad una serie di incontri presso i locali della sede organizzatrice.

Oggetto di discussione sono stati gli orari di partenza e di arrivo di ogni tappa, i mezzi di trasporto da utilizzare nei vari tracciati, i servizi offerti dall’hotel prescelto, la corresponsione dovuta alle guide per le loro prestazioni ed il saldo finale da regolare in anticipo.

Ciascuno di noi, nel vivere i tempi d’attesa della partenza, non potrà fare a meno di affidarsi all’immaginazione per inseguire spazi e luoghi conosciuti solamente attraverso le letture sui libri di scuola ed i commenti degli insegnanti.

Si parte d’autunno, dopo un’estate contrassegnata da un caldo asfissiante che solo ultimamente si è concesso una tregua veramente significativa.

In passato, con il mese di settembre, che nel dialetto sardo è definito con il termine Cabudanni, dal latino Caput anni, si dava inizio all’attività agricola. Ormai i tempi dedicati alla raccolta dei frutti della terra durante i mesi di giugno (lampadas), luglio (treulas da trebbia) ed agosto (austu) avevano portato a buon fine le fatiche dei contadini. E si avvertiva ogni anno tra i pastori, con il passaggio delle consegne tra le due stagioni, il bisogno di cambiare le aree destinate al pascolo per i propri allevamenti. Questo è quanto avveniva nel mio paese e così sarà stato anche nella regione che andremo a visitare. Il celebre passo dannunziano sulle transumanze Settembre, andiamo, è tempo di migrare non poteva valere unicamente per le occupazioni degli allevatori abruzzesi. Ed i pastori marchigiani, a loro volta, non avranno mai indugiato a trasferirsi, in Maremma o sul Tavoliere delle Puglie.

Si provvedeva quindi, in detto periodo, nel mio paese, alla raccolta della frutta secca, noci nocciole e castagne. Per soddisfare tale impegno era richiesta anche la mano d’opera dei più giovani tanto che l’attività scolastica nel mese di ottobre (Santu Miale=San Michele) risentiva parecchio per le molte assenze degli iscritti.

Erano tempi segnati dagli anni quaranta e cinquanta del secolo scorso, e poco era concesso agli studenti di dette classi, una volta conseguita la licenza elementare.

Detti adolescenti si dovevano accontentare di inseguire le loro attenzioni solamente verso quei mestieri che allora sapevano di falegnameria, sartoria, agricoltura, commercio ambulante, pastorizia, edilizia ed altre attività di un certo peso. La voglia di inserimento in progetti più ambiziosi era esclusa soprattutto per gli appartenenti a famiglie poco agiate.

Qualcosa cominciò a cambiare con l’istituzione di una scuola media e di una scuola superiore.

Nonostante vi fosse a quei tempi qualcuno che predicava la semina del grano anche in terreni proibitivi e una rotazione agraria atta a soddisfare al meglio i problemi della pastorizia, la situazione odierna, dal punto di vista occupazionale, in contrasto con i dettami del passato, è decisamente cambiata. Le uniche attenzioni di un certo spessore sono attualmente riservate al commercio dei dolci tipici della zona, alla produzione dei campanacci ed alle attività di carattere impiegatizio. La pastorizia e l’agricoltura, fatti salvi gli spazi dedicati all’orticoltura, si attestano sullo zero assoluto.

 Le transumanze nel Campidano e le giornate dedicate alla trebbiatura dei cereali nel rione tonarese di Su Pranu, in località Is Argiolas (le aie pubbliche), trovano una giusta collocazione nel dimenticatoio. Può testimoniare il sottoscritto di aver operato questo umile servizio con l’impiego di un asinello in regione Maria Pra, nel terreno che oggi ospita una palazzina di proprietà dei coniugi Sau-Desotgiu. Il lavoro fu definito in alcuni giorni da una quantità di grano non superiore al mezzo starello, venticinque litri in tutto. Happo treulau una pariga ‘e dies po chime imudos de trigu.(Ho trebbiato nel tempo di un paio di giorni per cinque imbuti di grano). Correva l’anno 1951 e l’età del conduttore non superava i tredici anni.

Devo ora abbandonarmi in questa lunga ma doverosa premessa all’immaginazione di quanti, con la rituale curiosità, si ostinano a cogliere i concetti espressi sull’infinito dal sommo poeta recanatese. E’ difficile, quanto impossibile, educare la mente a raccogliere passaggi che sanno di immensità. Resterò in coda al gruppo di cui faccio parte per studiare al meglio la situazione. Per dare una dimensione ed un peso al concetto dell’universo non mi avvarrò del simbolo di integrale ma cercherò di servirmi di una bilancia che nulla sa di calcolo infinitesimale. E’ il pensiero, lo strumento di misura che con valenza di peso nulla, si dichiara equivalente al peso nullo di tutto il creato. E’ l’accelerazione di gravità, di cui è soggetto ogni corpo nello spazio, a rendere possibile questa affermazione.

Per i temi riguardanti le attenzioni verso i percorsi archeologici, le espressioni pittoriche dei grandi artisti e la descrizione delle costruzioni nel tempo attraverso i richiami ai loro stili, ci affideremo alle lezioni ed approfondimenti delle guide di turno.

Poco interesse per quanto riguarda gli spazi riservati alle ex Zecche di Stato in quel di Fabriano. Non mea interest. Sarebbe utile e interessante, invece, poter visitare nel Museo della Carta e della Filigrana di detto centro le poderose gualchiere del passato, una volta impiegate lungo il corso del fiume Giano. Purtroppo ciò non sarà possibile in quanto non programmato dagli organizzatori. Mi dovrò accontentare di rivedere i marchingegni del mulino ad acqua (Sa cracchera) sito in Tiana in regione Turrei. Detta gualchiera, che serviva per la lavorazione dell’orbace, aveva molti punti di somiglianza con quelle esposte nel centro marchigiano citato. Sarà per un’altra volta.

Saranno quindi da noi gettonate quotidianamente e per tutta la settimana le visite alle chiese, oratori, musei, castelli, fortezze e siti archeologici. Il tutto all’insegna delle bellezze naturali offerte dal paesaggio e della cordialità dei residenti. Ci auguriamo inoltre bel tempo ed una buona permanenza.

(Lunedì 21 settembre)

Visita della città di Pesaro

Dalla mia cameretta d’albergo sita al terzo piano dell’hotel Bellevue di Pesaro mi incuriosiscono alcuni particolari geometrici che non sfuggono all’ospite di turno. Posso affermare che quanto espongo si riferisce unicamente a quanto vedo nel sollevare la serranda della porta-finestra che dà sul terrazzino. Procedendo dall’alto verso il basso osservo nitidamente quanto segue:

a)      la linea orizzontale che funge da separazione tra cielo e mare,

b)      Il molo anti flutto,

c)      La battigia

d)      L’inizio dell’arenile

e)      Il termine dell’arenile,

f)       L’ingresso alla spiaggia

g)      Le dimensioni maggiori della piscina dell’albergo

Sui fianchi di dette parallele insistono le altezze degli edifici vicini. Ciò che mi stupisce è il perfetto allineamento di ogni linea di separazione con la base dell’avvolgibile. Questa disposizione grafica può essere definita da due segmenti paralleli tagliati da diverse trasversali.

Bellevue, nome assegnato alla dimora che mi ospita, significa Bella vista e va letto Belvì dove il suono di quest’ultima lettera nasce dalla contrazione ad u delle labbra. Questo vale per le regole francesi ma per noi italiani va bene anche Belviù. Per ii sardi Belvì è un centro montano della Barbagia centrale, dipartimento questo che mi ha ospitato in gioventù dagli anni quaranta agli anni sessanta del secolo scorso

La pianta rettangolare dell’albergo ha quattro fronti. Il primo si affaccia sul mare ed al riguardo ho già riferito, il secondo, che sta di spalle, dà sul Viale denominato Trieste, il terzo ed il quarto, opposti l’uno all’altro, sono fiancheggiati a debita distanza da altri edifici di valenza pluristellata. Oltre la piazzuola d’ingresso allo stabile si snoda il corso che porta in breve tempo ai più bei ritrovi di Pesaro: Piazza del Popolo e Piazzale della Libertà. Tra questi due spiazzi trova la sua giusta collocazione il Duomo ossia la Cattedrale di Santa Maria Assunta.

Siamo nel cuore di Pesaro, una città ombreggiata da tanto verde e da una vegetazione di tutto rispetto.

Il Viale Trieste si presenta cadenzato nei contrapposti marciapiedi da piante denominate tamerici e celtis, con le prime contrassegnate da foglie filiformi somiglianti tanto alle chiome dell’erica scoparia e le seconde a quelle del tipo Quercus ilex. La distinzione riposa nell’assenza di ghiande, nella diversità del margine delle foglie e della loro nervatura.

Il lungo viale che comunica con le celebri piazze della città è rivestito nei marciapiedi solamente da piante di leccio. All’inizio, e intendo nel cuore della città, Piazza del Popolo si presenta ai suoi cittadini ed ai numerosi turisti con una fontana che, con i suoi numerosi zampilli alimenta una vasca sorretta di spalle da caratteristici gnomi in atteggiamento da atlanti. Detta fontana, definita la pupilla di Pesaro, vive la sua storia facendo leva su diverse ricostruzioni e notevoli miglioramenti sin dal millequattrocento.

Alla fine, ossia di fronte al mare, il Piazzale della Libertà presenta La Palla. Così viene chiamata dai pesaresi, la Sfera di bronzo di Arnaldo Pomodoro.

Il significato di detto capolavoro riposa nel giusto equilibrio tra perfezione geometrica e fratture interiori, tra materia e spirito.

Aggiungerei, forse sbagliandomi, i concetti di ordine e disordine, dentro e fuori e cosi via.

Si possono calcolare per detto solido il suo volume ed il relativo peso. Nel primo caso è’ sufficiente ricorrere alla formula che gli insegnanti romani degli anni venti e trenta del secolo scorso presentavano agli allievi delle classi elementari con la seguente richiesta: Sapete voi dirmi il volume della sfera quale è? La risposta in rima da parte degli scolari valeva: Quattro terzi pi greco erre tre.

Nel secondo caso, bisognerebbe far ricorso al peso specifico del bronzo e giustificare tale utilizzo solo in assenza di qualsiasi vuoto all’interno del solido citato.

A metà strada tra la Sfera e la Fontana si incontra, ben definito su un ampio slargo, il Duomo. Appena varcata la bussola d’ingresso, ti sorprende, sotto il piano di calpestio, una successione di mosaici che riposano su diverse pavimentazioni di epoca paleocristiana. Sono decorazioni ben visibili da chiunque volga lo sguardo al disotto della pavimentazione in cristallo.

Mi sembra di aver visto qualcosa di simile nelle stratificazioni a mosaico di Aquileia.

Sempre a Pesaro ho potuto ammirare nel museo dedicato alla famiglia Benelli un esemplare di motocicletta unico al mondo.

All’esterno della stanza che custodisce detto cimelio giganteggia una colonna con un capitello in stile corinzio. Ma! Forse è in attesa di essere rimossa.

Una bella giornata quella odierna. Ciò che mi ha maggiormente meravigliato in questo percorso cittadino è la presenza di tanti bambini ancora in fasce su carrozzelle o in braccio ai loro genitori. Ho pensato che questa comunità si riproduca sulle regolarità del passato. In Sardegna si avverte invece il vuoto infantile. La denatalità è un grosso problema.

(Martedì, 22 settembre)

Visita alla città di Urbino

La giornata odierna è così programmata: Colazione in hotel. Escursione intera giornata, pranzo packet lunch. Visita Palazzo Ducale. Oratorio di San Giovanni. Rientro in serata in Hotel, cena e pernottamento.

Nel dialetto del mio paese si direbbe S’immurgiada a mignanu in s’albergo. Si girada tottu sa die e si pappada cun s’arrecatu a pragnu. Si bisitada su Palazziu ducale, s’Oratoriu de Santu Giuanni e si torrada a merie in s’albergo. Appusti gena si annada a dromire.

La guida assegnata al nostro gruppo, puntualissima all’appuntamento stabilito nel parcheggio antistante la muraglia che immette ad Urbino, è pronta a dialogare con noi di architettura rinascimentale.

Per raggiungere la base del Palazzo Ducale che giganteggia verso l’esterno con la mirabile facciata dei Torricini bisogna utilizzare un sottopassaggio ripido e poco illuminato o servirsi di una rampa elicoidale. Quando arrivi al disopra di detta cinta muraria bisogna salire, salire ed ancora salire. Io sono tra i ritardatari e come sempre faccio fatica a seguire il gruppo che mi precede. Quando lo raggiungo la guida ha esaurito i suoi commenti ed è pronta a ripartire. Purtroppo, vuoi per l’età e vuoi per gli acciacchi che essa comporta mi devo sempre accontentare di affidarmi alla lettura di quanto è segnalato nelle locandine a fianco delle opere d’arte in esposizione.

Questo succede all’interno delle chiese, degli oratori e delle abitazioni degli illustri artisti di cui si vanta la cittadina.

Ciò che non è spiegato risulta sempre di facile lettura. Mi riferisco al mattone, materiale questo presente ad Urbino dappertutto ed in particolare nella costruzione delle abitazioni, nella pavimentazione stradale e nelle fortezze urbane.

Salgono i mattoni verso l’alto e salgono con essi le persiane ma non le serrande. Non si paga per vedere questi materiali. Li hai sempre sotto gli occhi. Sembra che te li abbiano dati in consegna. Le pietre sono assenti in ogni dove. Chissà quanto verrebbe a costare in loco un chilo di pietre urbinati. E di mattoni è fatta anche la casa di Raffaello, una costruzione a più piani con ingresso sulla sinistra del nostro percorso in salita. Lo stabile ha avuto nel tempo diverse destinazioni d’uso da parte degli eredi sino a diventare proprietà di interesse pubblico grazie alle sottoscrizioni degli urbinati ed alla generosa contribuzione di un nobile londinese. Il mecenate in questione, John Morris Moore, è ricordato in una scultura molto espressiva in una delle stanze del secondo piano.

Finalmente si arriva ad uno slargo di tutto rispetto. C’è posto per tutti: per i numerosi turisti, per i cittadini e anche per il gruppo di cui faccio parte, ormai pronto a concedersi alla consumazione del pacco viveri ed alla siesta pomeridiana.

Se Raffaello fosse vissuto ai tempi d’oggi non avrebbe esitato a riprendere i volti di alcune ragazze che mi stanno di fronte e che mi hanno dichiarato di essere delle urbinati.

Ora si scende, ma quanto si scende per arrivare alla base della facciata del Palazzo Ducale. Superato, sempre in discesa, il sottopassaggio che conduce all’esterno della fortezza, ci si ritrova a qualche decina di metri dal pullman che ci riporta a Pesaro.

(Mercoledì, 23 settembre)

Visita ai centri di Loreto e Recanati

In riferimento alla data odierna, si legge quanto segue nel programma compilato dagli organizzatori del viaggio:

Colazione in hotel. Partenza ore nove per Loreto e Recanati, escursione intera giornata, pranzo packet lunch, A Loreto visita della Basilica della Santa Casa. A Recanati visita dei luoghi leopardiani e della casa di Leopardi, Rientro in Hotel in serata. Cena e pernottamento.

La Basilica di Loreto, si presenta al visitatore di turno con la facciata curata in stile gotico rinascimentale, la sua grande piazza e la cinta muraria eretta a partire dal quattordicesimo secolo a difesa dalle invasioni turche. Vi hanno lavorato sempre i migliori architetti del tempo. Le descrizioni sulle prime edificazioni fanno riferimento a del materiale lapideo appartenuto alla casa di Nazareth e trasferito in queste regioni collinari. Si tratta di tre pietre presenti in questa Santa Casa.

Si ritiene vera questa ipotesi in quanto a Loreto e dintorni non si trova, come abbiamo riferito per la città di Urbino, detto materiale lapideo. Le cappelle della chiesa inseguono i terminali di due piante in sovrapposizione: la croce latina e quella greca.

Al centro della piazza fa la sua bella figura la Fontana maggiore. Oggi si presenta in stile barocco. Gli apporti idrici provengono dal territorio di Recanati. Era stata costruita per soddisfare le rituali docce dei pellegrini in visita alla Santa Casa.

La consumazione del pranzo col pacchetto viveri avviene sotto i portici della Basilica. Di pomeriggio si farà ingresso ai luoghi leopardiani.

Diverse torri in questa vicina città e ad ognuna di esse ti vien voglia di attribuire la presenza del volatile solitario.

Solamente la costruzione che svetta all’interno di un oratorio è quella citata dal Leopardi. I passeri dell’oggi sembrano inseguire dall’alto le rincorse al pallone di alcuni ragazzini presenti nel campetto sottostante.

Il punto esatto che permette al Leopardi di osservare da dietro la siepe l’infinito non avviene nell’interno della sua abitazione e tantomeno nella sosta che chiunque può permettersi facendo ingresso nell’androne principale del locale liceo. Da una finestra si osserva l’immenso. Ma non è l’Infinito descritto dal Leopardi.

E’ da una rientranza del lungo strada che l’immortale pensatore descrive le sue emozioni. Per queste indicazioni sono veramente grato a quanto mi suggerisce l’accompagnatore di turno.

Nulla posso dire di Casa Leopardi, una costruzione con stanze di grandi dimensioni occupate al secondo piano da libri. Sembra di entrare in un ufficio ministeriale. Stimo che detta biblioteca ospiti nei cinque stanzoni che si susseguono l’uno all’altro circa centomila testi. Data la mia sordità non riesco a capire nulla di ciò che riferisce la guida locale. Posso rifarmi al primo piano con quanto risulta esposto sui cimeli del Recanatese nelle locandine appese alle pareti.

(Giovedì, 24 settembre)

Visita ai centri di san Marino e Gradara

Colazione in Hotel. Partenza ore otto e trenta per San Marino. Visita guidata della città. Rientro in Hotel per il pranzo. Alle ore sedici, partenza in pullman per Gradara, Visita dei Castelli ove si consumò la tragedia di Paolo e Francesca. Rientro in serata a Pesaro per la cena ed il pernottamento.

Al parcheggio di San Marino ci attende un abile e consumato conversatore. E’ la guida che ci terrà compagnia per tutta la mattinata su un territorio molto simile a quello incontrato ad Urbino. Quindi dobbiamo salire sempre, salvo fermarci nei posti di maggior interesse. Per fare ingresso in questo stato estero occorre superare con l’ascensore il notevole dislivello dato dalla cinta muraria. Una volta arrivati al piano di sopra di detta muraglia possiamo permetterci il lusso di godere della vista a centoottanta gradi di un’immensa vallata. Offrono una degna cornice i lontani Appennini.

A metà salita la guida ci favorisce l’ingresso alla Fossa dei Balestrieri, il campo di gara dove si disputano queste gare di destrezza. Gli spettatori vanno ad occupare le postazioni offerte da una imponente gradinata. Nella parte superiore della parete che delimita la grande fossa è segnalata in calligrafia gotica la seguente scritta:

CAVA DEI BALESTRIERI. Le regole del gioco consistono nel manovrare con destrezza una pesante balestra e riuscire a centrare con le frecce, alla distanza intercorrente tra la linea di tiro e quella di bersaglio, oggetti di pochi centimetri.

Si disputa ogni anno in questo sito il torneo dei nove Castelli o nove Frazioni.

Ci riferisce la guida anche della storia di questa repubblica antichissima e dei rapporti diplomatici in vigore con tantissimi stati.

Passando al settore gastronomico non può fare a meno di spendere qualche segnalazione per l’ottimo vino e per le sottili e sfiziose piadine sanremesi.

Riusciamo ad arrivare sino in alto dove la vista si concede a tutto campo.

Mentre il nostro accompagnatore parla tralascia di riferirci della teleferica che in tempi brevissimi va a raggiungere le piattaforme poste alla base del territorio urbano. Forse ha ritenuto di non dar peso allo spettacolo offerto dai silenziosi ingranaggi della funivia.

Ora si scende verso il parcheggio. Si scende lentamente ed alla spicciolata. Non c’è fretta. Le vetrine dei negozietti, in successione a destra e a manca, catalizzano l’attenzione delle donne del gruppo. E’ tutto per i loro occhi e per le loro tasche.

Di pomeriggio si va a Gradara per cercare di allacciarci ai discorsi che la guida inizia a presentare già da bordo pullman.

Quando si arriva a destinazione ci accorgiamo che la distanza tra il pullman messo a nostra disposizione e la fortezza, teatro che associa i rapporti sentimentali di Paolo e Francesca e la tragedia consumata a loro danno, è notevole. Alcuni desistono, altri arrancano ed i restanti procedono a passo spedito. La tresca amorosa che ha portato ad un fratricidio è molto stimolante per questi ultimi. Come si arriva in alto alla base della rocca si procede in orizzontale passando di stanza in stanza, ognuna provvista di un alto caminetto con i segni ancora evidenti di antichi fuochi sempre accesi per gli innamorati di turno. Per i più curiosi c’è tanto da ascoltare, da vedere e da raccontare ma la serata volge ormai al termine. Si scende ora, ma quanto si scende.

(Venerdì, 25 settembre)

Visita ai centri di Macerata e Fiastra

Colazione in hotel. Partenza in pullman ore otto e trenta. Escursione intera giornata, pranzo packet lunch. A Macerata visita della città dalle caratteristiche mura, dove spiccano architetture rinascimentali, barocche e neoclassiche. A Fiastra visiteremo l’Abbazia, uno dei complessi monastici cistercensi meglio conservati d’Italia. Rientro in serata per la cena ed il pernottamento.

Per arrivare a Macerata bisogna superare le zone di mezza montagna del Pesarese e le distese infinite di alberi ad alta ombreggiatura. Quando le colline cominciano a presentarti terreni arati da poco o con le sementi pronte a propiziare i prossimi raccolti invernali è già Macerata. Difficilmente capita di inquadrare superfici incolte. Eppure non siamo in Romagna dove l’agricoltura non risparmia il lavoro neanche sull’ennesimo metro quadro disponibile.

I biglietti d’ingresso ai gioielli della città sono pronti ad essere presentati non appena il pullman termina di percorrere il tratto di strada che costeggia le fortezze cittadine e raggiunge il parcheggio che dà sullo Sferisterio.

E’ questa una costruzione dedicata in passato agli eventi sportivi, gioco della palla a mano, ed oggi riservata alle manifestazioni di carattere musicale con il piatto forte della lirica. La pianta insiste su una geometria di tipo ellittico che consente di ospitare all’interno di detta semi ellisse circa ottomila spettatori. I residenti del Mandrolisai, zona montagnosa della Barbagia Centrale che va a comprendere i comuni di Samugheo, Ortueri, Sorgono, Atzara, Tonara e Desulo potrebbero stare comodamente seduti sui posti di detto Sferisterio. Non ci si rende conto di tanta grandiosità a spalti vuoti diversamente da quando la piena capienza, le luci notturne e gli effetti scenici e sonori evidenziano prospettive di grande effetto.

La guida, in uscita dal grande teatro all’aperto, indugia a presentarci la maestosità offerta dalle opere d’arte segnate all’interno ed all’esterno delle varie chiese senza lasciarsi sfuggire l’opportunità di chiarire con semplicità gli stili che accompagnano detti capolavori. Si cammina finalmente su percorsi accettabili e senza fretta, sempre tenendo conto che a mezzogiorno in punto c’è l’appuntamento con la Torre dell’orologio in piazza della Libertà.

L’inizio dei lavori di detta costruzione inizia nel 1492 e si conclude due secoli dopo. Alla presenza di detti lavori non può presenziare Cristoforo Colombo in quanto impegnato in affari esteri.

A mezzogiorno il tempo è segnato dall’apertura di due piccole finestre che, da una altezza approssimativa di una ventina di metri dal parterre, favoriscono il passaggio su una piattaforma circolare dell’arcangelo Gabriele e dei tre Magi.

Avevo visto qualcosa del genere in un cantone in lingua tedesca della Svizzera ma ora mi sfuggono i particolari.

Ed eccoci a Fiastra, la seconda tappa della giornata odierna. Grandi spazi di verde governano gli esterni del monastero dei Cistercensi. All’interno di questa struttura ci compiacciamo di immedesimarci in quelle che erano le regole di vita curate dai monaci in campo religioso ed in quelle relative agli impegni di carattere lavorativo. Penso che nulla fosse riservato all’aspetto ricreativo.

Un sacerdote presente all’interno della Chiesa mi riferisce che i monaci non governano più l’Abbazia e che le funzioni religiose sono curate da fiduciari della diocesi di Macerata.

In uscita dal tempio volgo uno sguardo all’indietro e resto sorpreso nell’osservare le grandi dimensioni del rosone incassato sulla facciata.

Doverosa la visita alle grotte del monastero le quali mi consegnano un mondo di lavoro irripetibile ed eloquentissimo. I lunghi tavoli della mensa, disposti in successione nello stanzone dei conversi, sono l’ultima immagine che l’Abbazia mi offre.

(Sabato, 26 settembre)

Visita alla città di Fano

Colazione in Hotel. In mattinata è stato programmato un incontro con gli amici di 50 & Più Pesaresi. L’incontro si concluderà con un aperitivo. Pranzo in Hotel. Alle ore 15,30 partenza in pullman per Fano, visita delle Chiese con dipinti del Perugino e delle mura romane. Alle 18,30 partenza per Pesaro. Cena e pernottamento in Hotel.

L’incontro previsto con gli amici pesaresi avviene nella hall dell’albergo e si conclude nella sala del ristorante. E’ presente a detto appuntamento il presidente della locale Associazione, persona che, a livello nazionale, occupa il posto di consigliere. La visita, facendo appello alla cortesia ed alla cordialità di tutti gli associati presenti si conclude nel migliore dei modi.

Di pomeriggio si parte per Fano, città da menzionare per il suo passato ricco di storia e di patrimoni di altissimo livello.

Le eleganti mura che la circondano per lunghi tratti riferiscono del periodo in cui l’imperatore Augusto la fregiò del titolo di colonia romana. Vitruvio, il sommo architetto di detto periodo, ha lasciato in detto centro molte tracce del suo talento. La basilica che porta il suo nome, una ricostruzione fedele al progetto definito nel suo Quinto libro sull’ Architettura, si sviluppa a grandi dimensioni nella strada che sulla sinistra porta agli scavi archeologici condotti in città. Molto viene posto in evidenza da detti lavori mirati soprattutto a promuovere nuove luci sullo splendore delle antiche prestazioni vitruviane.

All’ingresso di questo centro che si affaccia sul mare non posso fare a meno di fare le mie riflessioni sulle possenti mura e sulle eleganti piante che insistono alla base di esse. Da terra riesco a raccogliere qualche frutto di stagione consistente in quattro castagne matte e due ghiande. Queste ultime fruttificano sulle chiome delle querce tipo Quercus rubra. Dette piante, unitamente a quelle definite con la denominazione di quercus ilex e quercus subera sono presenti in gran numero in terra sarda. Dal portale Estate in Sardegna apprendo che nel cuore del Sulcis, in provincia di Cagliari, si estende una foresta di otre 4200 ettari. Si tratta del più vasto bosco di lecci del mondo.

Più avanti, il gruppo si delizia nell’ammirare nella Chiesa di Santa Maria Nuova i celebri dipinti del Santi e del Perugino. Il sottoscritto, a causa della sua sordità non resta, per le istruzioni date dalla guida, che rimettersi alla lettura di quanto indicato nelle locandine.

I mercatini dichiarano la fine di questa tappa e di questo viaggio con percorsi che non mancano di segnalare oltre gli aspetti più edificanti di questa regione Marche, quelli riguardanti il giusto equilibrio e le giuste proporzioni tra le generazioni dell’oggi.

 

 

 

 

 

 

giovedì 4 giugno 2026

Gita ad Isili

 




Gita ad Isili


Con le attenzioni dell’Associazione 50 & Più di Oristano

 


 

Gita ad Isili

L’Associazione 50 & Più di Oristano ha organizzato per metà maggio, una gita ad Isili, paese situato al centro di un quadrilatero i cui vertici sono rappresentati dalle città di Oristano, Cagliari, Lanusei e Nuoro.

La partenza è fissata per le ore otto mentre l’arrivo è previsto intorno alle undici. I partecipanti, una trentina in tutto, sono pronti ad affrontare, a bordo di un accogliente e spazioso pullman, il gradevole percorso che porta a destinazione.

Per la giornata odierna, datata 15 maggio 2026, i meteorologi avevano previsto pioggia, vento e freddo ma da quanto risulta dalle nostre verifiche non abbiamo nulla di cui lamentarci. Ad onore del vero in mattinata, come anche di pomeriggio, non si è avvertito nessuno scroscio d’acqua. Il sole giocando a nascondino tra nuvole biancastre di poco peso, poteva permettersi il lusso di far evaporare le diverse pennellate di schiuma presenti nella volta celeste.  Di plumbeo nessuna lettura da quanti hanno volto lo sguardo verso l’alto. Le condizioni climatiche non sono quelle segnalate dagli esperti e non sono neppure quelle descritte dallo scrittore americano Henry Longfellow (1807-1889), in The rainy day alias Il giorno di pioggia. Detto autore in effetti intendeva far riferimento al suo stato d’animo turbato dal lutto familiare, la perdita della moglie, subito nei primi anni di matrimonio.

La giornata è fredda, scura e cupa.

       Piove, e il vento non è mai stanco.

Sono superati agilmente ed agevolmente i chilometri di superstrada che portano nei pressi di Sanluri dove un percorso ad anello, paragonabile a quello inserito nelle spille di sicurezza, porta alla deviazione ad angolo retto verso la regione del Sarcidano e quindi alla volta della nostra meta. Per me è la prima volta che intravedo dalle vetrate del pullman i piccoli paesi di Furtei, Gergei, Gesturi, Turri ed altri dei quali non riesco, data la velocita del mezzo di trasporto, ad effettuare una pronta lettura. Tanto verde tutt’intorno, con i campi votati all’agricoltura da colture foraggere e seminative. In lontananza la stessa colorazione va ad interessare ampie distese di piante di leccio, di rovere, di ulivo, di lentischio e di alberi di importazione quali gli eucaliptus. Sempre a vista d’occhio non puoi fare a meno di inseguire i colori della primavera che in un quadro d’insieme tendono a presentare decorazioni di altissimo livello. Il vento fa la sua parte nel mettere in risalto le infiorescenze cerealicole.

Eccoci ad Isili in un territorio di mezza montagna con falesie che invitano lo spettatore ad inseguire sino a fondo valle detti strapiombi. Non mancano le attenzioni degli appassionati verso queste rocce a fil di parete. E sul fondo valle l’acqua dei laghetti fa da ottimo contorno al paesaggio circostante. Il verde che avvolge ed abbraccia il centro abitato lungo le vie di comunicazione, le piccole piazze ed i cortili delle abitazioni è ben somministrato e distribuito.

Le distanze da Oristano, Cagliari e Nuoro sono rispettivamente di sessanta, settanta e centodieci chilometri. Non conosco la distanza da Lanusei ma alla percorrenza di questo tracciato è pronto a fornire lucida testimonianza il trenino che giornalmente, passando per Nurri ed Orroli, porta a destinazione. Ho citato questi due piccoli paesi in quanto mi ricordano la breve vacanza scolastica vissuta in occasione dei miei esami d’ammissione alla scuola media. Era il 1949 mentre nel 1945, a proposito della mia prima visita in Sardegna, effettuai l’intera tratta del percorso ferroviario che da Cagliari, passando per Isili, porta a Tonara e quindi a Sorgono.

La breve permanenza ad Isili mi permetterà di ampliare le conoscenze:

a)    sulla lavorazione dei tessuti e degli articoli in rame

b)    sulle singolarità del nuraghe Is Paras, sito ubicato ad un centinaio di metri dalla linea a scartamento ridotto.


lunedì 6 aprile 2026

Gita a Sedilo

 

Gita a Sedilo

 

   Oggi, giorno di Pasqua, mi ritrovo a Talasai, nel versante sud di Sedilo. In detta regione boschiva è stato curato uno spiazzo che vale tantissimo per gli ospiti occasionali sia per l’aspetto panoramico che per l‘accesso nell’attiguo ristorante. Dalla suddetta area all’aperto, supportata da una copertura di circa quattrocento metri quadri, lo sguardo permette all’osservatore di spaziare su diversi fronti che, nell’ordine, sono rappresentati:

a)  in basso da uno specchio d’acqua di ampie dimensioni, in effetti si tratta dell’Eleonora d’Arborea, il lago artificiale più grande d’Europa,

b)  alla mia sinistra, da un imponente gruppo montuoso che procede in monotonia da nord verso sud con un andamento quasi rettilineo, senza impedire in lontananza la visione delle più alte vette del Gennargentu,

c)   sempre alla mia sinistra, ma superiormente, folte fronde di vegetazione della terrazza, mi impediscono di vedere il santuario di San Costantino, le recinzioni della vasta area e la via d’entrata regolata dall’arco a tutto sesto,

d)  di spalle, ad una distanza di circa quattrocento metri, il cielo è rigato da una sinusoide che sottende, a partire da sinistra verso destra, nelle concavità superiori i punti massimi dell’altopiano e nella concavità inferiore le postazioni degli ultimi piani di alcune abitazioni del centro di Sedilo. Il resto del paese non è visibile. È da immaginare che stazioni nelle retrovie.

e)  alla mia sinistra, la struttura del ristorante, facendo da cornice all’insieme, chiude ogni altra possibilità di osservazione.

Io, che mi trovo nel punto medio tra il lago e la silenziosa nidiata delle bianche costruzioni sedilesi, tra le montagne e le coste che lambiscono le acque marine, mi ritengo abbastanza soddisfatto solo in parte di questa mia descrizione in quanto devo far cenno a qualche spunto di carattere botanico.

   Dato che la pausa pranzo avrà inizio alle ore quattordici ho tutto il tempo per concedermi una breve passeggiata nei dintorni. I quattro passi mi permetteranno di portarmi sopra il cavalcavia dell’arteria Olbia-Nuoro e di procedere verso la prima impennata che porta a Sedilo. Non penso che avrei potuto fare altri percorsi in quanto il sottobosco che sa di rovi, di fichi d’india, di cisti, di ferule, di olivastri e di roverelle è di grande disagio al calpestio degli incauti visitatori. Mi ricredo nell’avanzare queste mie considerazioni quando vedo sbucare all’improvviso dalla macchia due signori che con molta disinvoltura, compaiono e scompaiono alla mia vista salvo ripresentarsi all’aperto con dei consistenti mazzi di asparagi, di cicorie e di bietole. Non sono ospiti del ristorante in quanto nel tempo di qualche minuto sono già in macchina pronti per ripartire.

   Al mio ritorno alla terrazza mi sorprende il suono di un organetto che cura un adagio dei tempi andati. Non faccio alcuna fatica a ricordarne il titolo anche se alcuni avventori, pur apprezzando certe melodie, non abbiano mai sentito parlare di Dominò, Dominò.

   A me quasi vien voglia di fare uno strappo alle regole e di canticchiare a sottovoce la seguente tiritera: Sedilò, Sedilò, dolce nome di un valzer francese, Dominò, Dominò……

   Avrei quasi desiderato di riportarmi al tempo in cui al teatro Verdi di Macomer l’orchestra indugiava a riproporsi nei balli che sapevano di tango e di valzer. Del contrabasso mi incuriosiva l’approccio ripetitivo del dito medio del suonatore sulla corda più grave dello strumento. Era così assicurato il passo ossia il segna tempo musicale per i ballerini.

   Ho riferito, nella presentazione dei diversi fronti panoramici offerti dalla terrazza, delle fronde che occultavano la presentazione del Santuario di San Costantino. Peccato, eppure tale postazione non è poi cosi lontana. In altre occasioni ho partecipato alle manifestazioni di carattere non religioso fra le quali assume grande importanza la corsa equestre denominata S’Ardia. Quanto dura questo spettacolo? Non più di un minuto, il tempo necessario per cavalli e cavalieri di buttarsi a capofitto lungo una discesa di un centinaio di metri, riuscire ad imboccare la strettoia tra i contrafforti e l’arco dell’ingresso e procedere per una brevissima salita verso Sa Muredda. E’ di gran lunga superiore il tempo riservato alle attese e alle disposizioni dei capi corsa. Curren S’Ardia, Caddos curridores….è il titolo di un componimento poetico presentato da Montanaru.

   Un commissario d’esame presente a detta manifestazione, che si effettua il giorno sei di luglio di ogni anno, richiesto se avesse visto qualcosa di simile in altre regioni d’Italia mi rispose con molta franchezza di riconoscere l’impronta sarda nei più validi e giusti requisiti. Non era possibile, per lui, altrimenti.

   Ma deve essere bello anche proiettarsi anche all’interno del paese che secondo le mie interviste viene presentato come il più In del mondo. Ma qui in Sardegna, faccio notare, non c’è sardo che non riconosca a pieno titolo l’unicità delle proprie radici e la singolarità del luogo di appartenenza.

   Mi rubano ancora del tempo le note musicali suonate all’organetto. Dominò…Dominò…

  Buona Pasqua a tutti.

sabato 21 marzo 2026

Gita a Nuoro


Gita a Nuoro

 

 

 Ho accettato di buon grado l’invito rivoltomi dall’Associazione 50 & Più di Oristano a partecipare ad una gita di carattere culturale nei siti più interessanti del capoluogo barbaricino.

   La partenza, fissata in Oristano per le otto e trenta del mattino, prevede l’arrivo a Nuoro intorno alle ore undici. E’ prevista, durante il percorso, una sosta sulla super strada all’altezza dell’Oasi Losa nei pressi di Paulilatino, pausa questa atta a favorire l’accesso al mezzo di trasporto a quanti, fra gli iscritti alla gita odierna, risiedono nei centri dell’area a nord del capoluogo arborense.

   La giornata si propone con un cielo di intenso blu, fatta salva la presenza di alcuni annuvolamenti di poco peso, Si spera e ci si augura che il tutto si risolva per il meglio sino a tarda sera.

   Sul lungo strada è possibile ammirare tanto le piante sempreverdi quanto quelle che, a dispetto della loro nudità, attendono i primi tepori primaverili. L’osservatore più attento non mancherà di rilevare quanto sia meritoria ed appagante la lettura delle ramificazioni delle roverelle. La visione suggerita dalle piante di importazione extra isolana non sembra reggere il confronto con le nostre querce. Dette considerazioni valgono non soltanto per l’aspetto botanico ma anche commerciale. Vuoi tu mettere in discussione il valore offerto dal legnatico di una roverella o di un leccio con quello di un eucalipto o un pino?

   Spaziando in lungo e in largo con lo sguardo rivolto in profondità non si può fare a meno di fotografare un paesaggio di montagna dove le superfici, orfane in maggioranza dei manti vegetativi del passato, si presentano oggi, a causa dei disboscamenti sofferti, con ritmi cadenzati da una semplice copertura di sottobosco.

   Irrilevanti le destinazioni terriere riservate all’agricoltura. Strano, ma in questo viaggio che porta in Barbagia non si vedono neanche tracce di animali al pascolo. Latita anche la presenza umana.

   Non appena si intravedono i primi insediamenti di tipo artigianale ed industriale, si ha l’impressione che la città di Nuoro sia decisamente prossima a detti raccordi aziendali di periferia. Ancora una salita di un certo impegno e poi l’Atene sarda, sarà pronta a sedurti con i suoi intriganti tasselli di matrice culturale.

Ed eccoci nel corso Garibaldi, la grossa arteria che ci permetterà di raggiungere a piedi e sempre in mattinata, il vicino Museo d’Arte Man e le suggestive Piazze Satta e Su Connottu, localizzate queste ultime nella parte alta di Santu Predu, zona questa definita il rione degli agricoltori.

   Di pomeriggio, dopo la pausa pranzo, si farà visita, nel rione dei pastori, alla casa di Grazia Deledda ed alla chiesa della Solitudine, sito quest’ultimo che conserva le spoglie mortali del premio Nobel per la letteratura.

Il museo Man, sito in via Sebastiano Satta, vanta, all’ultimo piano di un edificio con gli scalini che, a partire dalla biglietteria posta all’ingresso, non sembrano finire mai, l’esposizione di tanti quadri d’autore. Ad un anziano come me i saliscendi non vanno d’accordo. Ne vale comunque la pena riuscire a raggiungere gli scopi previsti.

   La piazza dedicata a Sebastiano Satta è nei pressi del museo d’arte appena visitato. Sorge spontaneo chiedersi chi sia questo singolare personaggio tanto caro ai nuoresi. Soltanto oggi ho avuto l’opportunità di colmare le mie lacune su questo studioso che con bravura ha saputo accomunare notevoli interessi nei settori del giornalismo, dell’avvocatura e della poesia.

   Nel tentare di descrivere la piazza così come la osserviamo oggi è doveroso premettere che il rifacimento della medesima è frutto della collaborazione dello scultore Costantino Nivola, beneficiario dell’alto incarico della progettazione, con il Comune di Nuoro.

   Lo slargo in questione ha una strana forma perimetrale che risulta delineata dalle fondamenta degli edifici che gravitano tutt’intorno. Il corpo centrale e le vie d’ingresso o d’uscita possono essere rappresentati dal dorso della nostra mano sinistra poggiata su un leggio. Il polso ed il pollice indicano le uscite verso il basso mentre le altre dita definiscono gli sbocchi verso l’alto. Potrei anche affermare che il polso ed il pollice ci segnalano gli ingressi alla piazza mentre le altre dita descrivono i passaggi verso l’alto.

   Dobbiamo al merito di Nivola se nel suo intervento progettuale ha inteso perseguire le seguenti modifiche:

a)      Ricoprire la superficie di calpestio con lastre quadrate in granito da quaranta centimetri di lato

b)      Imbiancare la facciata di tutti gli edifici che gravitano intorno allo slargo

c)       Ancorare alla pavimentazione una decina di monoliti granitici di diverso taglio e fattura. Di diverse tonnellate il peso del blocco da posizionare quasi all’uscita dalla piazza

d)      Collocare a ridosso di detti massi dei bronzetti raffiguranti momenti di vita

   In uscita verso l’alto si ha la possibilità di raggiungere un’altra piazza della stessa pendenza della precedente ma di minore ampiezza e con alcuni monoliti in granito sparsi nello slargo. L’intestazione, priva del riferimento a qualsiasi rappresentante storico della città, si affida ad un termine verbale che sta a rappresentare i moti insurrezionali tendenti a rivendicare il periodo conosciuto prima dell’entrata in vigore dell’Editto delle Chiudende, imposizione che stabiliva l’assegnazione dei terreni a favore dei ricchi proprietari. Cercare da parte delle masse popolari di ripristinare le cose allo stato antequam, e cioè al tempo in cui non si paventava detto gravame savoiardo, ha generato il ricorso al termine di Su Connottu (Il conosciuto). E la piazza in cui ora ci troviamo porta detto nome. Oggi fa tanto effetto leggere su targa a vista questa denominazione che giustifica i soprusi subiti in passato dai pastori e dai contadini sardi.

 

 ...Terminata la visita alle singolari piazze del capoluogo siamo pronti ad affidarci nel primo pomeriggio, appena ultimata la pausa pranzo, alle attenzioni delle nostre guide le quali si daranno un gran da fare per definire al meglio le visite alla parte bassa del rione di San Pietro, il quartiere che, come abbiamo precisato in precedenza, ha segnato i passaggi più importanti della vita e della morte della grande scrittrice.

   L’abitazione, una solida costruzione di molte stanze distribuite in lungo ed in largo nei vari piani presenta nei vari vani i mobili e gli attrezzi di natura casalinga ed in quelli riservati alla scrittrice sono evidenziati armadi e scrittoi di buona fattura. Non sfuggono all’attenzione del visitatore tracce di corrispondenza ordinate in bella esposizione nelle diverse bacheche sotto vetro. I serramenti e le cerniere delle porte d’ingresso e di quelle dei piani superiori sono tutti di antica foggia. I tavolati, sorretti da robuste travi in castagno sembrano non tener conto delle usure del tempo. Un corridoio che indirizza sul retro della casa lascia intravedere, attraverso gli spiragli di una porta semichiusa, un’area adibita a cortile.    All’esterno e lungo le strade che portano a detta abitazione vengono poste in risalto, su molte fiancate degli edifici, testimonianze della produzione   della scrittrice. Dappertutto si osserva un silenzio quasi sacro, un silenzio che soprattutto i nuoresi rispettano nel tempo ed in ogni dove. A noi non resta che emulare il comportamento gestuale dei concittadini di Grazia. L’omaggio alla salma da parte nostra nella chiesa della Solitudine è l’atto dovuto a chi ha lasciato in eredità a ciascuno di noi un patrimonio culturale di immensa portata.

 

 

domenica 7 dicembre 2025

Tre giorni a Venezia (11-12 e 13 novembre 2025)

 

     In giro per la città

     Tanta gente questi giorni a Venezia. Una ventina di anni addietro, i turisti in circolazione in Piazza San Marco, in versione autunnale, non superavano nelle ore di punta le cento unità.

Gli immancabili piccioni, nel numero di una trentina, non sono aumentati più di tanto rispetto ai miei conteggi. Tra questi uccelli ho visto sfrecciare un gabbiano che con molta disinvoltura andava ad occupare i vari spazi aerei e quelli del parterre. Le sue esibizioni di ospite frettoloso e solitario sono spesso continuate nella piazzetta antistante il palazzo ducale e nel molo adiacente.

Pellaccia dura quella di detto volatile. Avevo fatto molta fatica in passato ad imbalsamarne uno con la formalina. Non riuscivo in nessun modo a dare all’animale un assetto di presentabilità. Mi veniva più facile inseguire le mie osservazioni scientifiche, sempre utilizzando la formaldeide, sui pesci dei quali riuscivo ad evidenziare gli organi dei vari apparati. Di detto fissante aldeidico, diluito in soluzione acquosa al quaranta per cento, trovavo sempre facile fornitura in farmacia. Di esemplari in vitro ne avrò curato qualche decina nella scuola media di San Vendemiano in provincia di Treviso.

Di cani e cagnolini (canes e calleddos nel mio dialetto barbaricino) nessuna presenza in città.

Ma è alla piazza che devo curare le mie attenzioni. Le sue dimensioni valgono 180 metri per la lunghezza e 70 per la larghezza. Devo precisare che oggi e domani, 11 e 12 novembre, in questo suggestivo salotto, saranno consegnati i certificati di laurea triennale a quanti hanno discusso la loro tesi nelle sessioni estiva ed autunnale del corrente anno accademico. I duemila e trecento neo dottori, saliranno sul palco a due a due, per ritirare, rispettando l’ordine alfabetico di chiamata, dalle mani del prorettore della Ca’ Foscari, i loro diplomi. La toga di ermellino sistemata sul pettorale e sulle spalle di detto esponente universitario non sfugge, per le tonalità di bianco maculate di ciuffi neri, a nessuno dei diecimila presenti alla cerimonia, mentre alle strette di mano che suggellano la consegna del titolo fa sempre seguito l’applauso dei parenti e degli amici dei neo laureati. Ho apprezzato durante la prolusione dell’alta guida, la seguente dichiarazione: Nulla è più potente della conoscenza per difendere pace, cooperazione e benessere. Resta una affermazione valida per tutti e non solo per i presenti nella piazza.

Quando ciascuno degli incoronati con foglie di alloro scenderà dal palco per dirigersi verso le transenne che delimitano lo spazio riservato ai cerimoniali, si ritroverà pronto ad essere accolto dagli abbracci dei familiari. Fuori dallo steccato si festeggia un po' dappertutto. Ho visto qualche genitore piangere. Nel sentire un brivido sulla schiena mi sono emozionato anch’io. Nella calca ho intravisto una bella ragazza nera che, con in mano il titolo di studio certificato in una cartella color cremisi, sembrava cercare conforto nell’affetto dei propri congiunti, quasi incredula di aver raggiunto un traguardo forse insperato. Mi commuovo ancora ma non piango. È da più di ottant’anni che le lacrime non rigano il mio viso. Queste scene si ripetono con gli stessi rituali anche quando dal palco scende mia nipote.

In questo dipartimento di San Marco, la fiumana dei gitanti avverte un brusco calo di peso non appena si superano il Ponte dei Sospiri, lo spazio antistante le carceri ducali e quel centinaio di metri che portano alla calle degli Albanesi. Chi stava in mia compagnia in quest’ultima strada ha potuto verificare la completa assenza di anime vive ma, percorrendo a ritroso altre vie che riportano al centro, ha potuto riprendere le immagini a gogò dei turisti intenti ad attraversare ponti, canali o ad imbucarsi nei punti di ristoro all’aperto o in quelli all’interno dei caratteristici baccaro. Sfilano sull’acqua dei canali le immancabili gondole con carichi preziosi di turisti dell’Est asiatico. Gli occupanti, per effetto degli schienali sistemati tra i 90 e i 120 gradi, si compiacciono di vedere Venezia dal basso verso l’alto. Per giunta il clima si concede amichevolmente e favorevolmente alle voglie dei visitatori della Serenissima.

Al mio paese i notabili del passato, parroci e segretari comunali, qualificavano i vari distretti con i termini di vicinati e di contrade mentre qui a Venezia si fa riferimento ai sestieri ed alle calli dove i primi indicano una delle sei zone in cui risulta divisa la città mentre i secondi, definiscono le strade. Alle calli più larghe viene associato il nome di campo fatta eccezione per lo slargo di San Marco che viene chiamato Piazza.

Non c’è luogo in questa città che non susciti la mia ammirazione ed in particolare mi emoziono ancora per le cartoline non ancora viste. I repetita mi lasciano del tutto indifferente. Ed eccomi di fronte al ponte delle Ostreghe. Tale costruzione vanta il merito di essere ricordata ogni giorno da ogni cittadino del pianeta Veneto con l’intercalante che nella traduzione in italiano significa ostrica.

Del gondoliere che sfila sotto i ponti più bassi della laguna, cioè di tutti quelli che giocano al ribasso rispetto a quello che sta più in alto, mi piace indugiare sul suo comportamento nei momenti che precedono il suo ingresso nell’impalcato ad arco della struttura. Basta una disattenzione e la zuccata fa parte dell’imprevisto. Può anche succedere che il cappello a falde larghe finisca in acqua ma questo è il male minore. Le mie osservazioni hanno sempre notato il rapido inchino del capo barca o la sua discesa verso il predellino più basso. In caso contrario si sprecherebbero i disappunti dei presenti di origine veneta con gli immancabili Ocio! Ocio! Ostrega! ossia Occhio, (attenzione), accidenti.

Dal canale delle ostriche, per arrivare alla mia pensione sita nella calle dei Pedrocchi, è questione di pochi minuti, tempo che impiego a ripassare le cose già viste nei locali caratteristici di questo sestiere quali il Bacaro da me pare ed il Bacaro Magna, bevi e tasi.

In detti ritrovi i camerieri faticano nel servire i clienti. Tra il lavello, il bancone ed i tavolini di servizio vedo sempre mani che si agitano in continuo movimento. Per soddisfare una clientela sempre più esigente si sforzano al meglio nel portare in equilibrio avanti e indietro piattini, tazzine, scodelle, dolci, gelati e leccornie varie. Il calice di vino bianco, alias l’ombretta, è sempre pronto a stemperare i passaggi più frenetici ed ombrosi della giornata. Del modo di comunicare con i turisti di altre nazioni non so mentre tra gestori e dipendenti è di norma servirsi sempre del dialetto. È tutto gratis qui a Venezia, nel senso che i ringraziamenti arrivano sempre dopo l’esborso degli schei o digital skeis. La sequenza è sempre la stessa: richiesta del servizio, consumazione, corrispettivo e grazie tante.

A gruppi di venti e trenta elementi, con tanto di portabandiera che funge da apripista e da punto di riferimento, sfilano a due a due i giovani studenti di dette scolaresche. La stessa scena si ripete per diverse comitive di anziani turisti extra europei.

Dal sestiere di San Marco i miei decidono di fare una puntatina alla zona di Cannaregio. Ci sarà tanto da vedere. Col vaporetto, che sfila diversi metri di cordame da annodare e snodare nei punti dì attracco di ogni fermata, penso di arrivarci in breve tempo. Occupo uno dei posti riservati ai disabili e mi concedo finalmente il lusso di sognare ad occhi aperti attraverso i vetri dell’imbarcazione. Sono comunque sempre pronto a cedere il sedile a qualcuno in condizioni più precarie delle mie. Il mio malanno è la sordità. Non mi lamento d’altro. Gli auricolari fanno quello che possono. L’unico interlocutore è il cellulare. Quando lo interrogo mi risponde sempre per iscritto o per immagini.

Sono ora sul Canal Grande e sto per passare sotto il ponte più in alto della città. Non è la prima volta per me ma le angolazioni che stimolano la mia curiosità sono diverse. In questa occasione sono le finestre a spadroneggiare sulle mie osservazioni. Tante, tante e poi tante, tutte ben distribuite geometricamente sia nei vari livelli di verticalità che nell’accostamento dell’una all’altra lungo le fiancate. Rispondono a stili ben definiti di forma rettangolare, a tutto sesto e a sesto acuto con disposizioni quasi orfane di spazi intermedi tra le medesime.

Finestre, finestre ed ancora finestre egregiamente modellate in arrampicata tra acqua salmastra e cielo. Mi vien da pensare che i veneziani abbiano sempre avuto un debole per esse. Fatto sta che, in ogni dove della mia cameretta lagunare, i disegni facenti capo alle aperture sono distribuiti a profusione dappertutto con pannelli incollati nella porta d’ingresso, nelle ante dell’armadio, dello sgabello e dello scrittoio. Non so chi abbia curato i dipinti originali ma penso che anch’egli abbia avuto gli stessi miei approcci di lettura. Le persiane sono gli unici arredi fatti salvi dai riquadri in fotocopia. Penso che, in caso contrario e per diversi motivi, questi legni di fattura massiccia e secolare, ne avrebbero giustamente sofferto.

È a Cannaregio che i miei hanno scelto di soffermarsi per la pausa pranzo. Per rispettare l’orario concordato con i gestori della trattoria c’è da procedere in tutta fretta. C’è tanto da vedere da queste parti che al centro della zona incastonano il ghetto ebraico più antico del mondo. Ad una signora che incrocio in queste calli poco frequentate dai turisti chiedo ragguagli sulla esatta localizzazione del rettangolo edilizio riservato nel tempo agli ebrei. È così gentile che decide di accompagnarmi sino all’ingresso principale dove una targa affissa sul muro riporta la seguente scritta: Cal del Porton. Del vecchio portale restano solamente i contrafforti e lo stipite mentre dell’intelaiatura in ferro che in passato veniva aperta alla mattina e chiusa alla sera nessuna traccia. Restano comunque in chiara evidenza i fori sui quali si addentavano i neri monconi delle cerniere.

Se fossi a Venezia in compagnia di nessuno non avrei esitato a fare una capatina alle sinagoghe delle comunità ebraiche ancora presenti.

Non me ne vorrà il mio amico Terenzio, che abita una vita a Treviso, ma che nell’infanzia aveva vissuto nel ghetto, se non ho potuto comunicargli per tempo della mia visita in città. Preparato in storia dell’arte, sarebbe stato un’ottima guida per la conoscenza più approfondita del sestiere che ora mi sta ospitando. Sarà per un’altra occasione anche per la visita più completa dei saloni del palazzo ducale, delle antiche prigioni e del passaggio che porta ad esse attraverso il Ponte dei Sospiri. E dell’isolotto della Giudecca, che intravedo non molto distante da Cannaregio, non mancherò di presenziare e di osservare quanto è consentito vedere. Non mancheranno come sempre le motivazioni, le prese d’atto e le valutazioni personali.

 

 

Incontro con scrittori d’alta quota

Il vero incontro con Francesco Vidotto, autorevole penna di alta classifica a livello nazionale, non c’è mai stato, né qui, né altrove. Onorato invece l’appuntamento, già programmato per tempo, con i suoi genitori, Gianni e Angela, vecchie conoscenze nella Conegliano degli anni Sessanta, periodo in cui detta coppia non si era ancora formata. La signora Vidotto, faceva parte da signorina della famiglia Coletti, cognome quest’ultimo riservato dall’anagrafe per il padre Leone e, con titolo acquisito col matrimonio, per la madre Olga.

A quel tempo Francesco non era ancora nato. Doveva attendere la fine degli anni settanta per venire alla luce ed essere invogliato e assecondato da bambino, dal nonno materno, nella cura dei primi passi verso le rampe delle Dolomiti bellunesi. Sono queste le montagne che nella prima decade del Novecento avevano visto nascere a Tai di Cadore la bella figura del signor Coletti. In età matura il nostro Francesco, facendo seguito agli insegnamenti ricevuti dal suo adorabile tato, è riuscito a saldare il suo debito di riconoscenza con dediche rilasciate con garbo in ogni anteprima dei suoi lavori.

Potete verificare voi stessi quanto sto dichiarando in questo servizio bussando col vostro cellulare alla porta di Onesto, il personaggio principe del lavoro che ho appena letto, una persona che ogni giorno indirizzava i suoi messaggi amorosi ai suoi monti con tanto di lettere imbustate ed affrancate, ed altrettanto con le medesime restituite a mezzo posta al mittente. Ho divorato il libro nel giro di due giorni e certamente avrei impiegato un tempo superiore se il mio amore verso le montagne fosse corrisposto appieno.

 

 

Ricordi di montagna

Eppure sono un montanaro anch’io. Con i miei monti che spaziano verso l’alto da un minimo di seicento ad un massimo di millecinquecento metri e con l’abitato che si estende con i suoi quattro rioni in una scalata di un certo impegno, lo scenario è irripetibile in Sardegna. Anche il Lawrence, in Sea and Sardinia, aveva espresso, in una fredda mattina del 1921, il suo apprezzamento per Tonara. Per detta firma, il paese, visto dal fondo della vallata richiamava le immagini di Gerusalemme, nella versione della Nuova città, mentre visto da vicino, si presentava come un luogo molto appetibile per un soggiorno prolungato. Gli sarebbe piaciuto vivere nella casetta posta al limite del belvedere di Sa Discarriga. Ci restò invece per il tempo riservato alla sosta della corriera che lo portava a Nuoro.

I motivi principali che mi inducono a preferire le zone collinari e la pianura sono diversi. In particolare, non vado d’accordo con il freddo, la neve, le salite e le discese. Eppure in gioventù ho raggiunto seppure con una certa apprensione, tutte le vette che in linea d’aria potevo osservare dalle finestre della mia abitazione e quelle che dalle cime del Ghenna ‘e Crecu invitano alla lettura delle pianure del Campidano. Sono salito anche sulle Punte Paolina e la Marmora per osservare la Sardegna dall’alto. Poi, finite le trasmissioni con le scampagnate d’altura, mi sono dovuto accontentare, in prosieguo, di osservare il Monte Cinto, dall’alto verso il basso, con le cinture di sicurezza dei voli di linea Cagliari-Milano. Ho anche fatto la conoscenza di montagne più elevate dove la curiosità mi ha spinto a studiare i movimenti delle marmotte che dalla posizione di attenti scomparivano in buca non appena mi avvicinavo al loro cospetto oppure degli stambecchi che in lontananza, sfidando le leggi della gravità, si sentivano a loro agio nello sfruttare impossibili camminamenti a fil di parete.

In paese abitavo nella contrada denominata una volta Mesuidda, l’equivalente di In mezzo al paese, poi chiamata Via Centrale ed oggi Via Vittorio Emanuele. Gli spostamenti per me avvenivano solitamente per via orizzontale salvo quelli che dovevo fare per raggiungere le scuole elementari e medie, siti questi ubicati nel rione superiore. Sulle strade che portano alla salita per Galusè ci sono passato pochissime volte.

Ad Ovaro, comune montano in provincia di Udine che mi ha ospitato per un anno, ho sempre fatto le mie escursioni a livello zero. Il mio percorso di andata e ritorno interessava solitamente il centro cittadino e la vicina frazione di Chialina mentre, agli altri 12 insediamenti disseminati nella montagna, non ho mai rivolto le mie attenzioni. Per quanto sia bella detta cittadina, a me piace sempre osservarla nelle immagini offerte dal cellulare.

Sul magnus pater che è lo Zoncolan non mi sono mai esercitato. Con la voglia che avevo allora di andare in bicicletta avrei certamente fatto un pensierino ad hoc anche se, per raggiungere la vetta, avrei impiegato tanto tempo. Per riuscire nell’intento avrei dovuto pedalare a zig zag ed inseguire un tracciato simile a quello che viene imposto all’anguilla nell’avvolgimento allo spiedo. Si tu vioz ce mont ai Se tu vedessi quel monte lì si direbbe in dialetto carnico.

I motivi che mi inducono a maggiori riflessioni sui luoghi delle mie origini sono ben altri e risultano ben definiti. A me, in particolare, piace sfilare dalle custodie della mia memoria tutte le tessere che riconducono alla storia delle mie calli. Questo vale per il tempo che corre dal Concilio di Trento ad oggi. È una gran fatica leggere, tradurre e trascrivere letture che sanno di passi scritti in sardo, catalano, castigliano, latino ed italiano. È comunque sempre interessante frugare, quasi con bramosia, negli archivi di stato ed in quelli ecclesiastici. I Quinque libri, ossia I registri di battesimo, cresima, matrimonio, fine vita e stati delle anime, mi hanno tenuto piacevole compagnia per molti anni. Alcuni mesi addietro sono riuscito ad evidenziare contrade che ritenevo non fossero mai esistite. Le elenco per fare un piacere a quanti avessero avuto dei parenti lontani nella frazione di Ilalà, il rione che oggi non esiste più e che nelle rilevazioni di metà Ottocento si attestava sulle duecento unità: Nugerriu, Mesu Iginau, Pratza manna e Pratza ‘e Osso alias Noce di ruscello, In mezzo al vicinato, Piazza grande e Piazza di sotto.

Un certo interesse rilevo sempre per le angolazioni riprese dall’alto dell’abitato. In questa ultima decade di novembre ho visto tetti innevati in una disposizione a rettangoli, quadrati, trapezi e archi di circonferenza, disegni questi evidenziati e regolati da una intelaiatura viaria appena avvertibile. Tetti, tetti ed ancora tetti, molti dei quali sembravano e sembrano custodire, con la loro copertura, gelosamente e segretamente, le orme di chi ha lasciato i casolari per sempre.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un signore d’altri tempi

Ma ritorniamo adesso alla bella figura di Leone Coletti, padre di Angela e nonno di Francesco, per significare che verso la metà degli anni Sessanta, periodo in cui ho avuto il piacere di conoscerlo, si recava quotidianamente ad Oderzo, cittadina distante da Conegliano una ventina di chilometri, per svolgere compiti di disegnatore di modelli per lavatrici presso la Siemens. Può darsi che il team di cui faceva parte curasse incarichi di progettazione ma sulla specificità del suo lavoro non mi ero mai permesso di chiedere spiegazioni. In effetti, signor Leone, pur parlando poco di sé e delle sue occupazioni, era molto disponibile alla conversazione ed alla soluzione di qualsiasi problema di carattere tecnico. Non disdegnava comunque di fare riferimento alle sue montagne anche se era a conoscenza del fatto che i discorsi sui saliscendi non andavano troppo a genio al sottoscritto. Ricordo che nello studio della sua abitazione si trattavano sempre temi che riguardavano le osservazioni scientifiche. Era per me un uomo di laboratorio che trasmetteva le sue conoscenze ricorrendo alla pratica. I suoi consigli valevano come autentiche lezioni che mi sono servite per curare al meglio i miei insegnamenti nelle scuole medie e superiori. Colgo l’occasione per presentare due esempi che fanno riferimento alla sua preparazione ed alla sua disponibilità verso il prossimo. Col primo di essi mi aveva dimostrato che la dinamo di una bicicletta è un alternatore. Dopo aver collegato lo strumento ad una presa di corrente mi ero accorto del brusio che accompagnava la rotazione della ghiera su sé stessa. La prova era riuscita appieno dimostrando che la trasformazione dell’energia elettrica in energia meccanica non era un fatto casuale. Nella sua spiegazione mi aveva precisato che utilizzando la corrente alternata non poteva che ritrovarsi di fronte ad un alternatore. Risolse il tutto con freddezza e senza far ricorso all’uso di un riduttore di tensione. Mi accorgevo che, ogni volta che mi presentava gli effetti della corrente elettrica, ivi compreso quello chimico, confermava di possedere una conoscenza piena delle leggi che regolano lo studio delle varie unità di misura quali quelle relative all’intensità, alla differenza di potenziale ed alla resistenza. Dello stesso livello la preparazione nelle discipline curate dalla meccanica. Le chiavi di lettura relative allo studio delle forze, del lavoro e della potenza facevano parte del suo patrimonio culturale. In campo matematico riusciva a risolvere con le frazioni qualsiasi problema di primo grado.

Il secondo esempio mi riporta alle raccomandazioni che bonariamente mi rivolgeva sull’uso della macchina: Stia attento agli incroci e dia sempre precedenza a quanti usano le frecce. Più tardi, da pensionato non aveva mancato di informare il nipotino, con i dovuti avvertimenti, dei pericoli che si corrono nell’attraversamento delle strade. Era il Signor Coletti. Un dirimpettaio del condominio di Piazza Calvi a Conegliano.