Gita a Sedilo
Oggi, giorno di Pasqua, mi ritrovo a Talasai,
nel versante sud di Sedilo. In detta regione boschiva è stato curato uno
spiazzo che vale tantissimo per gli ospiti occasionali sia per l’aspetto panoramico
che per l‘accesso nell’attiguo ristorante. Dalla suddetta area all’aperto,
supportata da una copertura di circa quattrocento metri quadri, lo sguardo
permette all’osservatore di spaziare su diversi fronti che, nell’ordine, sono
rappresentati:
a) in basso da uno specchio d’acqua di
ampie dimensioni, in effetti si tratta dell’Eleonora d’Arborea, il lago
artificiale più grande d’Europa,
b) alla mia sinistra, da un imponente
gruppo montuoso che procede in monotonia da nord verso sud con un andamento
quasi rettilineo, senza impedire in lontananza la visione delle più alte vette
del Gennargentu,
c) sempre alla mia sinistra, ma
superiormente, folte fronde di vegetazione della terrazza, mi impediscono di
vedere il santuario di San Costantino, le recinzioni della vasta area e la via
d’entrata regolata dall’arco a tutto sesto,
d) di spalle, ad una distanza di circa
quattrocento metri, il cielo è rigato da una sinusoide che sottende, a partire
da sinistra verso destra, nelle concavità superiori i punti massimi dell’altopiano
e nella concavità inferiore le postazioni degli ultimi piani di alcune
abitazioni del centro di Sedilo. Il resto del paese non è visibile. È da
immaginare che stazioni nelle retrovie.
e) alla mia sinistra, la struttura del
ristorante, facendo da cornice all’insieme, chiude ogni altra possibilità di
osservazione.
Io, che mi trovo nel
punto medio tra il lago e la silenziosa nidiata delle bianche costruzioni
sedilesi, tra le montagne e le coste che lambiscono le acque marine, mi ritengo
abbastanza soddisfatto solo in parte di questa mia descrizione in quanto devo
far cenno a qualche spunto di carattere botanico.
Dato che la pausa pranzo avrà inizio alle
ore quattordici ho tutto il tempo per concedermi una breve passeggiata nei
dintorni. I quattro passi mi permetteranno di portarmi sopra il cavalcavia dell’arteria
Olbia-Nuoro e di procedere verso la prima impennata che porta a Sedilo. Non
penso che avrei potuto fare altri percorsi in quanto il sottobosco che sa di
rovi, di fichi d’india, di cisti, di ferule, di olivastri e di roverelle è di
grande disagio al calpestio degli incauti visitatori. Mi ricredo nell’avanzare
queste mie considerazioni quando vedo sbucare all’improvviso dalla macchia due
signori che con molta disinvoltura, compaiono e scompaiono alla mia vista salvo
ripresentarsi all’aperto con dei consistenti mazzi di asparagi, di cicorie e di
bietole. Non sono ospiti del ristorante in quanto nel tempo di qualche minuto
sono già in macchina pronti per ripartire.
Al mio ritorno alla terrazza mi sorprende il
suono di un organetto che cura un adagio dei tempi andati. Non faccio alcuna
fatica a ricordarne il titolo anche se alcuni avventori, pur apprezzando certe
melodie, non abbiano mai sentito parlare di Dominò, Dominò.
A me quasi vien voglia di fare uno strappo
alle regole e di canticchiare a sottovoce la seguente tiritera: Sedilò, Sedilò,
dolce nome di un valzer francese, Dominò, Dominò……
Avrei quasi desiderato di riportarmi al
tempo in cui al teatro Verdi di Macomer l’orchestra indugiava a riproporsi nei balli
che sapevano di tango e di valzer. Del contrabasso mi incuriosiva l’approccio
ripetitivo del dito medio del suonatore sulla corda più grave dello strumento. Era
così assicurato il passo ossia il segna tempo musicale per i ballerini.
Ho riferito, nella presentazione dei diversi
fronti panoramici offerti dalla terrazza, delle fronde che occultavano la presentazione
del Santuario di San Costantino. Peccato, eppure tale postazione non è poi cosi
lontana. In altre occasioni ho partecipato alle manifestazioni di carattere non
religioso fra le quali assume grande importanza la corsa equestre denominata
S’Ardia. Quanto dura questo spettacolo? Non più di un minuto, il tempo
necessario per cavalli e cavalieri di buttarsi a capofitto lungo una discesa di
un centinaio di metri, riuscire ad imboccare la strettoia tra i contrafforti e
l’arco dell’ingresso e procedere per una brevissima salita verso Sa Muredda.
E’ di gran lunga superiore il tempo riservato alle attese e alle disposizioni
dei capi corsa. Curren S’Ardia, Caddos curridores….è il titolo di un
componimento poetico presentato da Montanaru.
Un commissario d’esame presente a detta
manifestazione, che si effettua il giorno sei di luglio di ogni anno, richiesto
se avesse visto qualcosa di simile in altre regioni d’Italia mi rispose con
molta franchezza di riconoscere l’impronta sarda nei più validi e giusti
requisiti. Non era possibile, per lui, altrimenti.
Ma deve essere bello anche proiettarsi anche
all’interno del paese che secondo le mie interviste viene presentato come il più
In del mondo. Ma qui in Sardegna, faccio notare, non c’è sardo che non
riconosca a pieno titolo l’unicità delle proprie radici e la singolarità del
luogo di appartenenza.
Mi rubano ancora del tempo le note musicali suonate
all’organetto. Dominò…Dominò…
Buona Pasqua a tutti.
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