Memorie tonaresi in pratza manna

venerdì 30 aprile 2021

LA BALLATA DI TONARA

 

La ballata di Tonara

 

   Da Miele amaro, Edizione Il Maestrale, prendiamo in esame, punto per punto e con traduzione in dialetto locale della versione italiana e con qualche nota di commento, i vari passaggi della Ballata di Tonara di Salvatore Cambosu.

Primo passaggio: S’abba ‘e Toni.

   Non bere, cristiano, ancorché sapiente come Salomone, non sfiorare, non lambire nemmeno con la punta della lingua l’acqua di Sutoni e l’acqua di Sulaco; esse dissetano più di ogni altra al mondo, ma dissennano.

   Non bufese, cristianu, mancari sabiu che a Salomone, no isfiorese nemmancu cun sa punta de sa limma s’abba de Su Toni e s’abba de Su Acu; issas faent passare su sidi megnus de onni atera abba de sa terra ma faent perdere su sentidu.

   Nota: Non so da quanto tempo l’acqua di Morù, sorgente situata alla base del precipizio di Su Toni, venga additata con la nota nomea. Sarebbe interessante poterlo sapere. Per quanto riguarda le mie libagioni alla fonte, sempre ottime ed abbondanti, posso ritenermi più che soddisfatto. Forse sono un asintomatico.

Secondo passaggio: Rivalità tra le principali frazioni.

   E se tra castagni e noccioli che ti guardano in silenzio mentre passi, entri in questo paese, che mi chiamo Tonara, sappi che, cosa rara, sono due discordi anime in un corpo, come si dice del lupo: quartiere alto e quartiere basso, truci e duri, duri e truci.

   E si imucas in custa idda chi di nanta Tonara, cun is castagnas e is lintzolas chi ti castiant in asseliu, depes ischire ca, cosa rara, in d’unu matessi corpu, comente si nada po su lupu, bivint in disacordiu duas animas: iginau ‘e susu e iginau ‘e osso, meletzosos e tostos, tostos e meletzosos.

   Nota: L’autore fa riferimento ai forti dissidi esistenti tra gli abitanti dei maggiori rioni tonaresi, Arasulè e Toneri, nel periodo che corre sino alla fine degli anni Trenta. Posso testimoniare, in qualità di cittadino della frazione inferiore, che, dagli anni Quaranta in poi, questi dissapori sono completamente cessati.

Terzo passaggio: Periodo dell’allattamento

   E se vedi bimbi in culla dormire come dormono le pietre e senti nell’aria effluvio d’acqua-ardente, esso è dai loro ciuccetti e dalla loro bocca mezzo aperta di vecchiettini sdentati. E sono quasi figli senza madre.

   E si biese pipios in su brassolu ormire comente crastos e s’aria est impestada de ispiritu de abbardente, custu dipennede da is tzimignones issoro e dae sa ucca mesu aperta a moda de betzigeddos identaos. Parent figios chenza mama.

   Nota: Dall’inchiesta condotta nel 1928 dal maestro tonarese Giuseppe Tore, lavoro rivisitato nel 1995 dal professor Gianfranco Tore in Tradizione e modernità a Tonara, alla voce Allattamento, pagina 52, risulta che quando il neonato si ammala e piange, le comari sono pronte a suggerire i rimedi, che si riducono al caffè, all’acquavite, al latte con l’acquavite insieme e al rimedio contro il malocchio. Mi riferisce un mio coetaneo che anche agli inizi degli anni Quaranta le donne, per tranquillizzare i loro poppanti, facevano ricorso ad un ritaglio di stoffa imbevuto di acquavite con zucchero. Era il succino utilizzato in quei tempi. Cun d’unu zappulu, issustu in abbardente cun tzuccuru, su pipiu s’appagiaiada.

Quarto passaggio: Lavori e svaghi delle donne nel periodo dell’allattamento

   Mentre essi scontano l’ebrietà nel sonno, le madri sono nell’orto a lavorare, o al fiume a lavare e cantano come condannate, o saranno nel vortice delle danze…

   Istepetantis chi is pipios istudant s’imbriaghera, is mamas funti traballanno in s’ortu, o samunanno is contos in s’erriu cantanno commente cunnennadas; o anta essere in su prus bellu de is ballos…

   Nota: Notevole l’impegno profuso dalla donna nella cura dell’orto e del lavaggio dei panni. Da non sottovalutare la partecipazione ai balli pubblici di carattere rionale.

Quinto passaggio: Baldanza e balentia dei giovanissimi del paese

   Ragazzetti barcollano e vengono alle mani, trascendono alla rissa e al coltello, soprattutto alle feste sante, emuli dei carrettieri imbevuti a guisa di stoppini, tra fornaciai incalcinati, tra boscaioli che hanno odore e colore di alberi abbattuti. Dense le nebbie invisibili vanno nell’aria con odore d’anidride dalle fornaci che fumano

   Pitzocheddos, ispecie in is festas mannas, alluchettaos comente a is carrettoneris, annant a ispertas e brigant cun i sa leppedda. Intemesu duada trassa de forrargios incartzinaos e de segantinos cun fragu e colore de is matas segadas. S’aria est affumigada da is popores iscarrigaos dai is forros in attividade.

   Nota: Le citazioni del Cambosu trovano conferma nelle notazioni del Tore quando l’insegnante riferisce alle voci Il bere e l’alcolismo di pagine158 e 159 di Tradizione e modernità a Tonara. Nel primo punto si legge: L’abuso del bere è straordinario, perché la piaga dell’alcolismo infuria come una tormenta, rovinando sensibilmente le famiglie in cui anche la donna è complice di tanto delitto, fino ad alcolizzare il proprio bambino fin dalla nascita. Nel secondo punto si riporta quanto segue: Siccome le cifre sono più eloquenti dei discorsi, ecco il risultato di una inchiesta da me fatta su 44 alunni della mia prima classe, dai sei ai dieci anni d’età, circa il vino che essi bevono ad ogni pasto:

1)      Dieci alunni si dichiarano astemi

2)      Quattro alunni bevono mezzo bicchiere di vino

3)      Otto alunni bevono un bicchiere di vino

4)      Dodici alunni bevono due bicchieri di vino

5)      Quattro alunni bevono tre bicchieri di vino

6)      Due alunni bevono quattro bicchieri di vino

7)      Due alunni bevono cinque bicchieri di vino

8)      Due alunni bevono sette bicchieri di vino

 

Sesto passaggio: Processione come segno di riconciliazione

   Terra da sogni incubi, traversati di quando in quando da quel colorato fiume che straripa di chiesa, scorre tra casa e alberi in lenta salmodia, non ha foce e non ha mare, ritorna alla sua sorgente che odora di cera d’incenso: la sola ora che le due anime discordi cantano dolcemente insieme.

   Terra de isos agitaos, atraessaos onnia tantu dae cussu erriu colorau chi n’essidi abundante dae cresia, passada in mesu de is omos e de is matas in cantigu lentu, non tenede foge ne essida a mare e torrada da inue n’este essiu in mesu de sa chera e de s’incensu. Solu in cust’ora i duos iginaos cantant de acordiu.

   Nota: Erriu colorau sta per processione in costume.

Settimo passaggio: Difesa estrema della proprietà terriera

   Dopo tornan rivali; rivali anche i loro cani. Entrare gli uni nel campo dell’altro è sfida e rischio di morte; arma i sottilissimi stili.

   Appustis torrant a brigare; e su matessiu faent is canes. Intrare in s’agnenu est meda perigulosu; s’arriscant istochigiadas.

Ottavo passaggio: Rivalità in amore. Notte di Natale nel sangue.

   La notte di Natale, pochi momenti prima che nascesse il Bambino e dopo le danze e il vino e i liquori e l’acquardente e una rissa grande per Serafina - Serafina Marchiadoro – entrò in chiesa trafelato, inseguito come un daino, il più agile dei danzatori; il quale era pazzo di Serafina, e lei di lui. Altri erano pazzi di Serafina, altre di Sebastiano, di Sebastiano Mulinello.

   Sa notte de Nadale, mamentos inanti de sa naschimenta de su figiu de Deu e apustis de is ballos, su inu, is licores, s’abbardente e una briga manna po Serafina, Serafina Marchiadoro, est imucau in cresia assupau, curtu comente unu dainu, su prus lestru de is balladores; innamorau perdiu de Serafina, e issa de issu. Ateros fiant innamoraos de Serafina, ateras de Trebestianu, de Trebestianu Mulinello.

   Marchiadoro e Mulinello sono cognomi immaginari.

   Inseguito e inseguitori erano, ora, in ginocchio incantati come bambini a guardare un palloncino veneziano, la stella d’Oriente, che, per tramite di fili, viaggiava a lente tappe verso il presepio dell’altare.

   Agrediu e agressores fiant, como, imenugaos e ispantaos comente is pipios a castiare unu palloneddu venetzianu, chi, po mesu de ispaos, viaggiada abellu abellu cara su nitzu de s’artare.

   All’improvviso fuori scoppiarono le fucilate, e le campane gridarono che era nato il Bambino. E i cani abbaiavano in coro sì che sembrava una grande caccia, o anche un allarme per un’incursione di demoni saraceni, o per un incendio nelle foreste, le più belle del mondo, quelle di Villagrande.

   Tott’ind’una, iforas, is isparos de is fusiles e su sonu de is campanas ant annunciau ca fiada naschiu su figiu de Deu. E is canes appeddaiant tottus in paris tantu de parrere d’esse a una cassa manna, o (de intennere) s’aggitoriu po un’invasione de tiaulos saracenos o po unu fogu istupau in is forestas de Idda manna, is prus bellas de su munnu.

   Nota: Veramente maestose le foreste di Villagrande!

   Ma dentro, al calore animale, la gente cantava: il cantico era antichissimo dei tempi d’Ospitone, re dei Barbaricini: un neonato figlio di re partorito in una stalla era nudo e intirizzito.

   Ma aintro, in su calore animale, sa gente cantaiada: su cantigu fiada meda antigu de is tempos de Ospitone, re de is Barbaricinos: una creatura figia ‘e re, partoria in d’una istadda, fiada ispoggiada e morta ‘e frittu.

   Sebastiano sentiva sopra di sé tutto quel freddo dell’ultimo dicembre, soltanto lui, lui solo: e tentava di riscaldarsi cantando con tutti quanti: e non poteva e non comprendeva per quale incantesimo, per quale arcano la parola gli mancasse con la voce. Non comprendeva neppure, come disse a un tratto a un suo vicino, che cosa fosse quell’andare di notte con altra gente sulla neve. L’altro gli rispose: “Mulinello, Mulinello, il vino fa anche quello”.

   Trebestianu intenniada in pitzu suo tottu cussu frittu de s’urtimu mese ‘e s’annu, solu issu, issu ebbia: e provaiada a si caentare cantanno cun tottu is ateros: e non n’arrennesiada e non cumprenniada po cale incantesimu, po cale motivu d’esse benia a mancare sa oge. Non cumprenniada nemmancu, chistionanno a unu certu puntu cun d’unu chi ddi fudi accanta, ite ligaiada cuss’annare adenotte cun atera gente in su nie. S’ateru d’ada arrespostu: “Mulinello, Mulinello, su inu fae fintze cussu”.

   Poco dopo Sebastiano s’accasciò senza un gemito: il vicino s’abbassò, lo toccò: trovò sangue e ghiaccio: gridò che Sebastiano era morto. E quel grido fece morire il canto.

…Pagu apustis Trebestianu est orruttu a terra chentza mancu tzunchiare. Su chi di fudi accanta s’este frittiu, dda toccau, hada agatau samene e marcoriu e ha tzerriau ca Trebestianu fia mortu. E cussu tzerriu ha fattu cessare su cantu.

   E le donne si misero a piangere il più bello e il più agile dei danzatori, che era finito così: senza dolore, senza rancore, senza sapere che uno dei rivali, poco prima, nella rissa o nella corsa, lo aveva trafitto alle spalle.

   E is feminas si funti postas a pragnere su prus bellu e su prus abile de is balladores. Aiada cessau de bivere esai: chenza dolore, chenza odiu e chentza ischire ca unu de is inimigos, pagu prima, in sa briga o in sa currella, d’aiada infrissau a palas.

Nino Mura

   Oristano, li 5 maggio 2021.


domenica 7 febbraio 2021

Stele di Morù. Svelati i messaggi cifrati.

 

 

Finalmente svelato il segreto di tutte le abbreviazioni

   Il voler insistere ad abbracciare la tesi di un testo interamente vergato in latino mi ha sempre impedito di giungere a conclusioni accettabili. I risultati mi hanno dato ragione solo per le prime due righe dove H C sta per H(O)C e FA(M) per FA(CTU)M.

   Per le successive ed ultime quattro righe ho dovuto ripiegare nella lingua spagnola. In particolare, la quarta e la quinta fanno riferimento ad un sacerdote della frazione di Toneri chiamato Giovanni Antioco Garau mentre la sesta ci consegna i nomi, ma non i cognomi, di altri due religiosi tonaresi con domicilio nella frazione di Teliseri il primo, Francesco, e nella frazione di Arasulè il secondo, Diego.

   La scelta da parte mia di assegnare a ciascuno l’esatto cognome non è casuale ma è giustificata dal fatto che il nome di uno dei due, Diego appunto, risponde all’appello a Tonara, nel Settecento, solamente in pochissimi casi. Nel censimento del 1775, il più antico fra gli Status animarum del paese, i residenti con nome Diego sono meno di cinque: due in Arasulè, uno in Toneri ed uno in Teliseri. Di questi quattro uno è sacerdote. Il suo cognome è Mereu.

   Per identificare il cognome di Francesco non abbiamo fatto alcuna fatica. Lo abbiamo rintracciato tra i sacerdoti in pianta stabile a Tonara nel 1775. Nel censimento di tale anno abbiamo notato che tra i quattordici sacerdoti della parrocchia, posti in bella evidenza all’inizio del registro, compaiono i venerabili Giovanni Antioco Garau di Toneri, Francesco Antonio Dearca di Teliseri e Diego Mereu di Arasulè. Nell’elenco sono compresi anche i nomi dei religiosi tonaresi che operano in altri centri isolani.

   L’incarico di procedere alla compilazione del censimento del 1775 è affidato al sacerdote tonarese Andrea Tocori il quale, nella formula di apertura, annota che le prime registrazioni, sotto le buone intenzioni del pontefice Papa Pio sesto e dell’arcivescovo di Oristano Antonio Romano Malingri, avvengono il giorno 4 marzo.

   I lunghi elenchi dei residenti sono preceduti da un folto gruppo di notabili fra i quali sono segnalati i quattordici sacerdoti della parrocchia.

1)      El R(evere)ndo D(octo)r Miguel Porru R(ecto)r

2)      El V(enerabl)e J(ua)n Ant(onio) Pistis Cura

3)      El V(enerabl)e Diego Mereu Cura

4)      El V(enerabl)e J(ua)n Andres Tocory Cura

5)      El V(enerabl)e J(ua)n M(ari)a Cabras Cura

6)      El V(enerabl)e J(ua)n Casimiro Carta Cura

7)      El V(enerabl)e Miguel Zucca Cura

8)      El V(enerabl)e Pasq(ua)l Pisanu Cura

9)      El V(enerabl)e F(rancis)co Ant(onio) Dearca Sac(erdo)te

10)  El V(enerabl)e J(ua)n M(ari)a Zucca Sac(erdo)te

11)  El V(enerabl)e J(ua)n Antiogo Garau Sac(erdo)te

12)  El V(enerabl)e J(ose)ph Ig(naci)o Deligia Sac(erdo)te

13)  El V(enerabl)e Ant(onio) Pistis Sac(erdo)te

14)  El V(enerabl)e Antiogo Pistis Sac(erdo)te

15)  El R(everen)do J(ose)ph Ant(onio) Porru R(ecto)r de Sumugueo (1)

16)  El R(everen)do Pedro M(ari)a Porru R(ecto)r de Meana

17)  El V(enerabl)e Miguel Floris Cura en Desulo

18)  El V(enerabl)e Ant(onio) Patta Cura en Ussana

19)  El V(enerabl)e Ant(onio) Anguel Cedde Cura en Sum(u)g(ue)o

20)  El V(enerabl)e Juan Succu (.?.) en Meana

21)  El V(enerabl)e Gabriel Arbis Sac(erdo)te en Caller

22)  El V(enerabl)e J(ose)ph Porru Sac(erdo)te en Caller

23)  El D(octo)r Vinc(en)te Cabras en Caller (2)

24)  Luys Todde Nott(ario) en Caller

25)  Juan Todde est(udian)te en Caller

26)  Pedro Dearca est(udian)te en Caller

27)  Pedro Patta est(udian)te en Caller

28)  Luys Mereu est(udian)te en Caller

29)  Bernard(in)o Patta est(udian)te en Caller

30)  Pedro Cedde est(udian)te en Caller

31)  Antiogo Cedde est(udian)te en Caller

32)  Miguel Porru est(udian)te en Caller

33)  Ramon Dessy est(udian)te en Caller

34)  J(ose)ph Porru est(udian)te en Caller

35)  Thomas Cabras est(udian)te en Caller

36)  Luys Tanda est(udian)te en Caller

37)  Luys Dearca est(udian)te en Caller

38)  Antonio Dearca est(udian)te en Caller

39)  Gabriel Garau est(udian)te en Caller

40)  Juan Tore Sirujano en Caller (3)

41)  J(ua)n Carta tonsurado

42)  J(ua)n M(ari)a Azony Sac(rista)n

43)  Ant(onio) Pistis Sac(rista)n

44)  Ant(onio) Porru Varo (4)

45)  El V(enerabl)e Pasq(ua)l Pisanu Pro(curado)r de la Ig(lesi)a

46)  El V(enerabl)e Miguel Zucca Pro(curado)r del Leg(a)do P(io)

47)  El V(enerabl)e Antiogo Garau Pro(curado)r de S(a)n Ant(onio)

48)  Miguel Mamely obrero

49)  Lorenzo Carbony obrero

50)  F(rancis)co Ig(naci)o Figus Pro(curado)r de S(an)tiago (5)

51)   Fray Fran(cis)co Piras obs(ervan)te en Caller

52)  Fray J(ose)ph Ant(onio) Cabras obs(ervan)te en Caller

   Alla prima famiglia censita, facente capo al rettore Michele Porru, fa seguito quella dei coniugi Gregorio Cabras e Giovanna Angela Porru, forse una sorella del parroco (6), con i figli Giovanni, Michele, Giovanna e l’ultimo nato Alessio, futuro rettore tonarese. Non risultano segnalati tra i familiari:

a)       Giovanna Maria Cabras, vedova di Giovanni Dessì, con domicilio in Arasulè al numero 129 del presente censimento con i figli Mauro, Giuseppe e Giovanni futuro sacerdote. Il 22 gennaio del 1776 sposerà in seconde nozze il chirurgo Giovanni Tore Devias (7). Da questa unione nasceranno Antonio Tore, il valente presule di Ales e di Cagliari, ed Anna Tore, madre a sua volta del rettore tonarese Giovanni Pruneddu. Per ulteriori approfondimenti sull’argomento rimandiamo al lavoro di prossima pubblicazione Monsignor Tore-Il credo, gli affetti e le amicizie). Di Giovanna Maria Cabras rimangono agli atti le certificazioni della cresima, dei matrimoni contratti con Giovanni Dessì e con Giovanni Tore e del suo decesso. Nel registro dei confermati del 1743 la nostra Giovanna Maria è presentata con il fratellastro Alessio, forse il primogenito, figlio di Gregorio e della defunta Petenica Nonis di Sorgono. Del secondo matrimonio e della morte della Cabras abbiamo riportato le nostre trascrizioni nel lavoro dedicato ai testamenti. In questa sede presentiamo in appendice il certificato del primo matrimonio.

b)      Maria Antonia Cabras, sposata con Pietro Orrù il 22 ottobre del 1775, figura che fa spesso apparizione in queste carte tonaresi (8). Non ci risultano gli estremi della sua nascita ma in compenso dai registri storici vengono alla luce molte notizie tra le quali assume notevole importanza la bozza di testamento redatta dal notaio Raimondo Tore e trasmessa, in data 28 novembre 1830 ad Ales, dal parroco Medda al nipote della testatrice, il vescovo Antonio Tore (9).

   Il tempo dedicato alla stesura del presente registro di popolazione è stato di circa tre mesi. Nel trasmettere una copia dell’intera documentazione alla curia di Oristano, il rettore Michele Porru, ne indica la data della consegna. È il 30 maggio del 1775.

Note:

(1) Giuseppe Antonio Porru, rettore della parrocchia di Samugheo, e Michele Porru, parroco di Tonara, sono fratelli. I loro genitori sono Battista e Maria Antonia Piras.

(2) Vincenzo Cabras risiede a Cagliari in qualità di Intendente generale per la Sardegna.

(3). Giovanni Tore, futuro genitore di Antonio, il valente presule tonarese, sta completando i suoi studi di medicina a Cagliari.

(4) Varo sta per messo parrocchiale.

(5) Dalla lettura del registro di amministrazione della parrocchia di San Giacomo di Spasulè si ha conferma delle mansioni svolte dal procuratore Francesco Ignazio Figus nel quadriennio (1774-1777). Vedi al riguardo il lavoro Spasulè- Il villaggio abbandonato nel primo quarto del Settecento.

(6) Nel registro dei cresimati dell’anno 1730 risultano in elenco Michele ed Angela Porru, entrambi figli di Battista Porru e Maria Antonia Piras. È molto probabile che la sorella del rettore sia proprio la moglie di Gregorio Cabras.

(7) Vedi, nell’Appendice del secondo volume di queste Memorie storiche, il paragrafo Certificazioni di matrimonio di un certo interesse.

(8) Vedi, nell’Appendice del secondo volume di queste Memorie storiche, il paragrafo Certificazioni di matrimonio di un certo interesse.

(9) Vedi, nell’Appendice del primo volume di queste Memorie storiche, il paragrafo Una disposizione testamentaria.

   In conclusione, possiamo presumere, con probabilità che tende alla certezza, che i nomi incisi sulla stele corrispondono a quelli dei religiosi citati nel lungo elenco per i seguenti altri motivi:

a)      Il primo di essi, Giovanni Antioco Garau, essendo proprietario di un orto nei pressi della sorgente, non può che ritenersi il più diretto interessato alla costruzione della fonte. Preciseremo i dettagli più avanti con la presentazione dei singoli sacerdoti.

b)      La rappresentanza di un sacerdote per ogni frazione, il Garau per Toneri, il Dearca per Teliseri ed il Mereu per Arasulè, testimonia dell’interesse che può aver avuto ciascuno di essi nella raccolta dei fondi a livello rionale.

   Ed ora qualche breve notazione sul lavoro del lapicida. Il testo è composto di appena sei righe: le prime due definite in latino e le ultime quattro in spagnolo. Il carattere delle lettere è in formato maiuscolo eccezione fatta per la prima espressa all’inizio (h al posto di H).

   Le singole lettere non sono incise sulla pietra ma in risalto, ossia lavorate tutt’intorno con lo scalpello.

   Una curiosità per quanto riguarda la definizione del nome e del cognome del religioso di Toneri:

a)      Antioco in spagnolo fa Antioco ma nei libri parrocchiali tonaresi leggo sempre Antiogo

b)      Nella terza riga, l‘abbreviazione può sottintendere anche il titolo onorifico di Reverendo Rector

c)       Nell’atto di matrimonio relativo alle Nozze Corriga-Garau, il cognome della sposa è definito per ben due volte Garao dal rettore Massidda. Vedi conferma in pagine addietro. É questo un errore condiviso anche da altri. Quasi una forzata deformazione del cognome che, nel dialetto barbaricino, nella formazione del plurale, diventa Caraos. E’ esatto, in ogni modo, definire il singolare ed il plurale di detto casato con Garau e Caraos alla pari di Sau e Saos e Cau e Caos.

   Il testo va interpretato nel seguente modo:

H(O)C OPUS FA(CTU)M AN(N)O 1762

R(ECTO)R MAS(S)ID(D)A

V(ENERABL)E J(UA)N AN(TIO)CO GARAU

CO(N) FRA(NCIS)CO Y DIEGO

 

 

venerdì 5 febbraio 2021

Cagliari. Cresime a Sant'Eulalia.

 

Cagliari. Cresime a Sant’Eulalia

   Per arrivare alla chiesa di Sant’Eulalia nel rione Marina di Cagliari con mezzi privati si fa veramente una fatica del diavolo. Questo disagio è dovuto all’asprezza dei tracciati viari che sottopongono gli automobilisti a dura prova. Occorrono, in proposito, costante attenzione e molta prudenza.

   Oggi, 24 gennaio 2021, in parrocchia è giorno di cresime. L’inizio della cerimonia è fissato per le dieci in punto ma i fedeli, avvisati per tempo, sono già all’interno del luogo di culto con largo anticipo.

   Appena varcato il portone principale, sono fatto cenno da parte di un operatore parrocchiale al controllo della temperatura corporea ed alla sanificazione delle mani. Lo stato di pandemia, purtroppo, impone il massimo rispetto delle regole.

   Ho avuto il tempo, nella mia breve sosta sul sagrato della chiesa di inseguire i lineamenti più interessanti del suo prospetto e del campanile che nella sua verticale si eleva di tanto rispetto alla copertura del tempio. Anni addietro mi ero soffermato, in occasione di una funzione religiosa riguardante le prime comunioni, ad osservare con molta attenzione il bel rosone che insiste sulla facciata principale ma avevo trascurato, nella fretta, di guardare con maggiore attenzione le caratteristiche decorazioni del sottotetto che la Storia dell’Arte licenzia con il termine di archetti trilobati.

   Il posto a me riservato è posizionato sulla bancata destra sotto la navata centrale. In tutto saremo un centinaio, numero questo che va a comprendere tredici cresimandi, sei componenti del coro, il celebrante, due sacerdoti, un chierichetto, alcune suore, i padrini ed i familiari più stretti dei nuovi alfieri della chiesa.

   I coristi, tre uomini e tre donne, occupano l’area che mette in comunicazione la seconda delle quattro cappelle della navata laterale destra con la navata centrale. Stazionano in posizione eretta quasi al disotto del candelabro a più bracci che insiste sulla verticale dell’arco a sesto acuto della cappella.

   Il presbiterio, circa mezzo metro più in alto rispetto al piano su cui sostano i fedeli, presenta a ridosso del transetto, la ristretta sede riservata alla lettura dei passi evangelici da parte del celebrante che, in questa funzione liturgica, impersona il vescovo nell’esercizio del suo ministero.

   Dietro l’altare si sviluppa lo spazio riservato al coro, oggi dislocato alla mia destra, all’imponente ed elegante organo a canne e al grande quadro del Cenacolo, riproduzione del capolavoro del Leonardo, che nella sua estensione va ad occupare buona parte dell’abside. In alto al quadro, una vetrata tonda di notevoli dimensioni funge da tramite per veicolare fasci di luce in ogni dove.

   Molto interessanti le volte a crociera che si susseguono nelle varie campate. Alcune di esse si presentano a forma stellata. I candelabri a gocce con le numerose lampadine accese sono ben distribuiti sotto i punti mediani delle arcate a sesto acuto mentre il pulpito di fattura barocca, edificato alla sinistra della navata centrale, completa il quadro d’insieme di questo antico edificio religioso.

   Tra i fedeli, ordinatamente sistemati, come ho già riferito, sulle bancate della navata centrale, non riesco a individuare, oltre a mio nipote, alcun altro cresimando. Forse si troveranno in sacrestia o in qualche altro ambiente parrocchiale. Mi sarà tutto più chiaro quando il celebrante, procedendo lungo la linea mediana che dal presbiterio conduce in prossimità della bussola d’ingresso, provvederà alle prime confermazioni. I nuovi soldati della chiesa sono disposti alla sinistra ed alla destra del suo passaggio. Dei tredici nuovi confermati sette sono adolescenti mentre i restanti hanno un’età compresa tra i venti e i quaranta anni. Non capisco i motivi di tanto ritardo per i cosiddetti anziani. Mi verrebbe quasi voglia di intervistare qualcuno dei ritardatari. Ma forse è meglio rispettare la loro privacy.

   Al momento dell’Offertorio, quando il ridotto gruppo dei cresimati si porta alla spicciolata verso la zona transetto per la consegna dei doni al presule, succede che gli applausi, sono riservati unicamente agli anziani.

   Le emozioni suscitate nel mio animo durante le varie fasi delle confermazioni con le belle parole curate dal vescovo nella sua omelia, con le ovazioni tributate ai nuovi maturati, con l’ascolto dei brani scelti dai coristi parrocchiali e con gli ampi fasci di luce proiettati all’interno della chiesa riescono a definire al meglio l’importanza e l’alto significato dei sacramenti.

sabato 23 gennaio 2021

Tonara. Sa omo de tiu Esieddu

 Tonara. Sa omo de tiu Esieddu

L’istantanea più bella del reame

   Il giusto carico di colori con il quale le maestranze locali di un tempo hanno saputo dosare e miscelare le migliori tonalità di tinta, da distribuire tra i vari elementi architettonici delle poche abitazioni inquadrate in uno dei vicoli più interessanti della contrada tonarese di Morù, rappresenta la carta vincente per assegnare alla fotografia il titolo di più bella del vicinato. Altre importanti motivazioni per l’aggiudicazione di detto premio virtuale derivano dai tempi di esecuzione dello scatto, dall’area scelta per l’edificazione dei vari immobili, dalla bravura dei muratori, dal magnifico punto di fuga che indirizza l’osservatore verso Arasulè, il rione incastonato tra le quote più elevate della montagna, e da madre natura che ha concesso gli spazi necessari per l’elegante assemblaggio di tempi, di colori, di luci, di materiali impiegati e di professionalità.

   L’istantanea riproduce uno scorcio di Morù degli anni Sessanta-Settanta. La fotografia è stata fatta di mattina nelle poche ore in cui il sole ha il potere, prima di scomparire dietro l’altopiano, di illuminare la contrada interamente esposta ad est. La zona di penombra, che la singolare dimora di prima linea rilascia sul fronte strada e sui primi piani delle costruzioni dirimpettaie, nulla toglie alla buona lettura del marron scuro del legno di castagno impiegato nei serramenti di porte, finestre, stipiti ed architravi e delle tinte utilizzate negli zoccoli e nelle pareti di facciata. Ovviamente, il clima, con le intemperie tipiche dei mesi freddi invernali quali pioggia, vento e neve e con gli eccessi dei mesi estivi con temporali e grandi caldi, ha fatto la sua parte modellando nuove pigmentazioni di facciata e diverse smagliature nella copertura dei tetti. Tutto questo è avvertibile con chiarezza nella casetta in primo piano dove le rughe della vecchiaia sembrano assegnare un valore aggiunto all’abitazione.

   Appena oltre la zona di penombra, una casa di nuova costruzione si eleva in altezza di diversi metri rispetto alle altre garantendo con le sue linee spioventi e con tinte di avorio molto intense un pizzico di modernità. Sullo sfondo, ma a distanze notevoli, si intravvede qualche nucleo abitativo di Arasulè, il rione con le case incollate sulla montagna.

   In alto, la volta celeste sembra racchiudere il tutto con un’inquadratura da favola. Dovessi dare un voto, assegnerei senz’altro il massimo del punteggio. Se fossi un promotore di affari turistici mi servirei in ogni occasione per presentare la foto come miglior prodotto di nicchia.

   In basso, in mezzo alla strada, uno spettatore d’eccezione osserva incuriosito le mosse del fotografo: è un cane di piccola taglia.

   Alcune curiosità per il lettore:

Sa omo de tiu Esieddu sta per La casa del signor Dessietto dove Dessietto funge da diminutivo di Dessì.

Chi era tiu Esieddu? Un contadino che si serviva del carro a buoi. Il suo mezzo di lavoro trovava spesso da parcheggiare nei pressi del fontanile (su grifone) comunale di Morù.

Dove era ubicata la casa di tiu Esieddu? Di fronte all’abitazione di Francesco Carboni, il mugnaio di Toneri.

Esiste ancora la dimora di tiu Esieddu? Restsano solo i ruderi. Così sentenzia Anna Maria Soddu.

giovedì 3 dicembre 2020

I MESSAGGI SEGRETI DELLA STELE DI SANTA NOSTA

 IPOTESI RISOLUTIVA























 

IL COMMENTO

 

Bordo superiore

Sulla testata della stele risultano le seguenti incisioni:

   I H S sulla sinistra e B S A E M C al centro. Le prime tre iniziali stanno ad indicare IESUS HOMINUM SALVATOR - GESU’ SALVATORE DEGLI UOMINI mentre le restanti starebbero per BEATAE SANCTAE ANASTASIAE ECCLESIA MARTYRIS CRISTHIANAE – CHIESA DELLA BEATA SANTA ANASTASIA, MARTIRE CRISTIANA. Delle incisioni del centro testata oggi non vi è più traccia. Per poter intervenire sulla decodificazione mi sono dovuto affidare alla lettura effettuata dal Bonu nel tempo in cui il religioso reggeva la parrocchia tonarese. Lo scioglimento delle abbreviazioni da me ipotizzato non preclude comunque, da parte di chicchessia, altre possibili soluzioni.

Fascia sinistra

   Procedendo dall’alto verso il basso leggiamo: MOR BALTASAR ME FECIT alias MAIOR BALTASAR ME FECIT ossia Il MAIOR DE VILLA MADASSARRE ORDINO’ IL DA FARSI (costruzione, ricostruzione o ristrutturazione)

Fascia destra

   Procedendo dall’alto verso il basso è possibile leggere, sino a metà della fascia, le seguenti lettere C-B-A-M-A, mentre dal punto medio in poi sembra di leggere il nome JUAN seguito in bella evidenza dalle lettere maiuscole P ed S. Le due mezze fasce sono separate da una chiara linea di confine. Per cercare di trovare una risposta plausibile al complicato rebus ho fatto ricorso al dizionario di epigrafia latina del Cappelli. In detto testo ho trovato una possibile chiave di lettura nella decodificazione della prima e delle ultime due lettere della fascia laterale destra. In definitiva C starebbe per CUM e PS per POSUIT. Per le lettere del gruppo BAMA ho pensato alle sillabe iniziali del nominativo di un artigiano vissuto a Tonara tra la fine del Cinquecento e i primi decenni del Seicento di nome Battista Manca. Un fabbro ferraio di origine genonese che avrà certamente goduto dell’amicizia di Baldassarre Virdis, il major de villa di cui abbiamo già parlato, e del legame di parentela col rettore parrocchiale Leonardo Manca, forse il fratello.

   Il nome Juan, definito dopo l’interruzione tra le due semi fasce, dovrebbe rappresentare la terza figura segnalata nel monolite. Il compito da lui eseguito sarebbe stato quello di incastonare la lapide nella facciata della chiesa.

   In conclusione, possiamo avanzare l’ipotesi che l’ordine di esecuzione dei lavori fu decretato da Baldassarre Virdis CUM Battista Manca e che la posa in opera della stele fu eseguita POSUIT da Giovanni Vattelapesca.

   Devo segnalare che la maggiore difficoltà nell’approccio al testo di questa seconda fascia deriva soprattutto dalla rigogliosa convivenza con la scrittura di certi fregi decorativi di tipo sacerdotale. Quasi un’invasione di campo.

Base

   Non leggo nulla di leggibile. Forse qualche martellata di troppo avrà contribuito a rendere i messaggi indecifrabili. Presumo che il lapicida si sia riservato lo spazio utile per segnalare la data che, stando ai suggerimenti della professoressa Schena, dovrebbe inquadrarsi tra la fine del Cinquecento e gli inizi del Seicento. La parentesi temporale dovrebbe essere compresa tra il 1593, presumibile anno di insediamento a Tonara del parroco Leonardo Manca, e il 14 agosto del 1611, data di decesso del mastro ferrer Battista Manca.

   Senza il contributo dell’Archivio storico diocesano di Oristano non si sarebbe potuti arrivare ad accettabili conclusioni. In particolare, vanno segnalati i registri compilati dai solerti sacerdoti tonaresi di quel periodo storico. Sarebbe bene che si provvedesse ad un opportuno restauro di detti Cinque Libri, oggi raccolti in un unico faldone.

   È dalle certificazioni di battesimo, di cresima, di matrimonio e di morte che si è potuto attingere il materiale necessario per rappresentare la comunità tonarese di quasi quattrocento cinquanta anni fa.